Tra panettone, zampognari, tante luci e cotillons pre natalizi le assemblee istituzionali, dal parlamento ai consigli comunali, discutono e approvano i rispettivi documenti di programmazione finanziaria. Una volata di fine anno per mettere a posto i conti prima dell’inizio del nuovo. Ma il “vogliamoci bene” che dovrebbe caratterizzare il periodo è vanificato a tutto tondo dalla conflittualità della politica, a ogni livello. Una rissa (verbale) che non risparmia nessun luogo deputato a trattare i bilanci di previsione, dalla legge finanziaria in giù, da Palazzo Madama/Montecitorio all’ultimo dei Municipi.
Ciò che accade a Roma lo vediamo in Tv e lo leggiamo sui giornali: governo, maggioranza che lo sostiene e partiti d’opposizione sono impegnati in uno scontro all’ultimo emendamento, come non ci fosse un domani. Un modello che, fatte le debite proporzioni, ritroviamo in periferia, nelle amministrazioni locali chiamate ad affrontare e risolvere le incombenze gestionali per le quali sono state elette. Un disastro. Quasi a calpestare forma e sostanza dei luoghi dove si esercita (si dovrebbe esercitare) il confronto democratico. Un tutti contro tutti che si esplica addirittura all’interno dei partiti, dentro i quali le fazioni, che una volta si chiamavano correnti, si combattono nel tentativo di primeggiare nella leadership per ottenere il potere o conservare posti e rendite di posizione. Senza scomporsi per la diffusa sudditanza ai capataz regionali e nazionali a cui fa riferimento, per prendere ordini, quel singolo personaggio o quel gruppo.
Gli esempi sono molteplici anche nel nostro territorio: non c’è città o paese che in questi giorni non dispensi notizie di polemiche, scambi di accuse, improperi, intemerate, liti, insulti e avanti con il florilegio di “cattive amenità” che incendiano i diversi contesti pubblici. Varese, Busto Arsizio, Gallarate sono in cima alle classifiche dell’intolleranza politica, degli sgarbi e degli sgambetti reciproci. Le cronache traboccano di situazioni e dichiarazioni più o meno sconcertanti, di diverbi in pubblico che sviliscono i contenuti del dibattito. Non che nella cosiddetta Prima Repubblica le cose andassero meglio, ma almeno si potevano ascoltare interventi di spessore, da una parte e dall’altra; amministratori che non davano l’impressione di essere lì, in consiglio comunale, per caso, ma per una scelta ideologica che, in senso trasversale, includeva il servizio alla comunità e il rispetto delle isituzioni.
Poi, è vero, poteva succedere di tutto, ma era difficile che si precipitasse nel turpiloquio e nella mediocrità. Come quel consigliere comunale di Gallarate che, attribuendosi doti manageriali e di concretezza, ha di recente sbattuto la porta argomentando la sua gridata uscita di scena istituzionale con la motivazione che non aveva tempo da perdere in consiglio comunale. Un grande esempio di consapevolezza del ruolo e di impegno civico al contrario, da stigmatizzare senza scuse. Ma c’è chi l’ha giustificato, ribaltando il merito della questione. Nemmeno serve ragionare attorno a un atteggiamento inaccettabile: si finisce per parlare due lingue diverse. In una battaglia a perdere, che dappertutto denuncia, tra l’altro, scarsi sostegni culturali e sconfinamenti nell’arroganza. Però tra alcuni giorni è Natale, presi dalla frenesia delle feste avremo altro a cui pensare. Di sicuro non alla deriva della politica che, piano piano, sovverte persino il senso delle cose. Per approdare chissà dove.
