di Massimo Lodi
La domanda adesso è: chi lo caccia, come, quando? Il chi è lui. Lui. Con la elle maiuscola. Quello che si reputa Dio, tutt’al più Figlio di Dio, come da post prima pubblicato e poi rimosso: il Presidente degli Stati Uniti in modalità guaritore. Scherzava? Ma sì, scherzava. Uno scherzo da prete -e diretto a qual prete- anche nei confronti del Papa. Bollato come ominicchio debole, pastore inascoltato, asino politico. Capisce nulla, dice Trump di Prevost. E se non fosse stato per me -per me The Donald, assurto alla Casa Bianca- mai l’avrebbero nominato a capo del Vaticano.
Mi deve ringraziare, Prevost. Ma davvero? Non mi curo di simili parole, gli risponde l’altro Americano First. Mi curo delle anime, dei fragili, della povertà. La politica che conosco è la politica del Vangelo, l’hai capito o no, signor Presidente? Non l’ha capito. Non lo capirà in aeternum. È impossibilitato a capire ciò che non vuol capire. Difatti mica si scusa per l’oltraggio -e se no, cosa?- inflitto al pontefice. Per di più al pontefice di Chicago, che gli dovrebbe essere affine. E per il quale gli Stati Uniti sono il mondo e viceversa. Nel senso ugualitario dell’accezione: navighiamo tutti sulla stessa barca, vogliamo tutti salvarci dal male, è nella vocazione/nell’interesse di tutti evitare la guerra. Promuovere la pace.
Dialogo tra uno che non è sordo e l’altro che lo è. O intende esserlo. Delusione. Sconforto. Timore. Anzi, terrore. Se le cose stan così, e stanno purtroppo così fra il più potente uomo del pianeta materiale e il capo della cristianità, che avvenire ci aspetta? Di conflitto intenso, permanente, irreversibile. O no? Oh, sì. Tremendamente sì. Prevost ha voglia di predicare universalismo, dialogo, conciliazione. Trump ha l’utilità, ritiene d’avere l’utilità, che succeda il contrario. Lui al modo dei compari autocrati, imperatori dell’era contemporanea, cui serve -democrature o dittature che siano- lo status bellico per garantirsi lo status d’intoccabilità. La fila è lunga: Putin, Xi, Netanyahu, Khamenei e compilate voi il resto dell’elenco. È lo squallore dell’umanesimo tradito, prima che d’ogni altra violazione. Un atteggiarsi divenuto disvalore morale e dominante, che fa discendere da sé devastanti scimmiottature comportamentali, di classe sociale in classe sociale, di rango in rango, d’incultura in acultura. Acultura, ecco: siamo a questo. Alla negazione-total di quanto ci dovrebbe essere comune. Comune a noi cittadini dell’universalità: il riconoscimento di un’uguaglianza sentimentale, l’affettiva radice che ci unisce. Volenti o nolenti, pur tra silenzi vili imposti da leadership di partito e preminenze istituzionali (qui parliamo d’Italia, vi è chiaro).
Prevost sta dalla parte dei volenti, Trump da quella dei nolenti. Sfida assurda, tra il Papa-longform cui è assegnato un ruolo senza scadenza se non la scadenza terrena e il Presidente-yogurt cui è assegnato un compito a termine, e il termine quadriennale potrebbe perfino essere accorciato da sfiducie congressuali, verdetti giuridici, perfino da un possibile impeachment, qualora agli oppositori si presentasse l’occasionissima. Basterebbe una nota piccina/misera così a scommettere sulla prevalenza del portatore di concordia rispetto al portatore di disordine. Ma quante stagioni saranno necessarie a vincerla? Non poche, di sicuro. Tante, forse. O magari no, pardon. La provvidenza, il caso, un imprevisto incrocio d’eventi stabilirà l’accelerazione fulminante. Preferendo al cesarismo del re Spaccone il de-cesarismo del re Leone. Oremus.
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