Non ci facciamo mancare niente. Ci mancava anche il torturatore libico di immigrati che, per ragioni più o meno intuibili, a cominciare dalla ragion di Stato, abbiamo riconsegnato al suo Paese con tutti gli onori, o quasi. Suscitando la solita, quanto inevitabile, canea politica. Perché abbiamo “protetto” un simile personaggio nonostante il mandato d’arresto della Corte penale internazionale? Cavilli giuridici, giustificano da Roma, il provvedimento era “irrituale” e, quindi, inapplicabile. Piantedosi, ministro dell’Interno, chiosa: “Era un soggetto pericoloso, per questo motivo è stato rimpatriato”. E i proclami di Giorgia Meloni di dare la caccia ai “trafficanti di morte” in tutto il globo terracqueo? Alle ortiche di fronte a una questione di rapporti con la Libia, di accordi sull’immigrazione, di necessità economiche che ci tengono legati a quella nazione. Appunto, ragioni di Stato, che cosa se no? Qualunque altra spiegazione sarebbe insostenibile.
C’è però da domandarsi se tutto ciò sia lecito su un doppio piano morale e giuridico. La liberazione del generale Almasri è stata spiegata con il vizio di forma della mancata “irrinunciabile interlocuzione” col il ministro della Giustizia, interrogato senza riscontri dalla Procura generale per conoscerne le intenzioni. La Corte d’Appello di Roma non ha potuto che agire di conseguenza con la scarcerazione. E va bene. Ma Najem Osama Almasri è riconosciuto come un aguzzino feroce, tanto che la Corte penale dell’Aia ha chiesto agli Stati che ne fanno riferimento di arrestarlo. L’Italia però l’ha rimandato a casa con un aereo di Stato, cioè pagato da tutti noi. Se qualcuno sottolinea il fatto che con queste motivazioni, compresa la ragion di Stato, si finisce per tollerare qualunque nefandezza, forse non ha tutti i torti.
Probabilmente non sapremo mai tutta la verità. Governo e intelligence si muovono giustamente sottotraccia in casi particolari, che rischiano di mettere a repentaglio la sicurezza nazionale o gli obiettivi prefissati. Ma c’è caso e caso: la libertà di Cecilia Sala, ad esempio, richiedeva il massimo riserbo; con il generale libico, accusato delle peggiori nefandezze sui poveracci che capitano nelle sue prigioni, l’atteggiamento meritava di essere tutt’altro che accondiscendente.
Ci pare scontato, benché la vicenda prenda poi le solite accentuazioni politiche, che finiscono per affrancarsi dai fatti in sé, dal merito di una storia che non può passare come una semplice questione giuridica. Subito scendono in campo le curve: pro e contro il governo, pro e contro Giorgia Meloni. Mentre in Italia si litiga, il generale torturatore se la spassa coi suoi sodali nel suo Paese, dove continuerà a comportarsi come s’è comportato sinora. Tutti, purtroppo, sappiamo come. A noi rimane la figuraccia e il sospetto di essere inaffidabili rispetto ai tratatti internazionali che ci legano, nello specifico, ai pronunciamenti della Corte penale dell’Aia, clamorosamente disattesi. Tanto, disattendedoli, al massimo ci irrideranno: “Soliti italiani!”.
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