di Massimo Lodi
Veneto, Campania, Puglia: si vota nel disinteresse maggioritario? Forse no. Forse sì. Gl’incentivati alle urne van riducendosi plus et plus. L’idea dominante è che le gare elettorali ormai si svolgono tra prevalenti addetti ai lavori: gente di partito, gente tributaria d’un qualche riguardo romantico/ideologico, gente cui importa lo scambio di favori. Io ti do il consenso, tu mi dai una roba che mi serve. Certo, esiste cornice alternativa d’un certo spessore a un simile quadro. Però va riducendosi. L’irresolutezza di chi comanda, le promesse rimaste tali, il nullismo degli oppositori che assicurano di voler cambiar tutto e rimangono in un eterno surplace, altro ancora: tutto resta immobile. Idem il cittadino chiamato a recarsi al seggio.
Ergo: si profetizza un astensionismo importante, domenica e lunedì. Il verdetto giungerà dalla metà dei residenti delle tre regioni coinvolte. Forse meno della metà. Sintesi in anticipo: sconfitta generale. Fallendo gli aspiranti alle istituzioni nel mobilitare le masse, che cosa rappresenteranno, adagiate le terga sull’agognato scranno, se non sé stessi o poco d’addizionale? Ma per mobilitare ci vuole concretezza, ci vuole credibilità, ci vuole profilo statuale. Con ciò intendendo la sagoma emblematica d’un Paese, e quindi -a scendere- d’ogni interprete periferico/locale dei suoi valori significativi. Ciao, neh: teoria, pura teoria. La pratica è diventata un’altra, nella stragrande maggioranza dei casi. Son lì a dimostrarlo -si pensi al condonismo governativo- favori e piacerini dell’ultima ora, messaggi aumma aumma per guadagnarsi croce e nome sulla scheda.
Detto questo, l’aggiunta scontata. Gli strafavoriti sono la destra in Veneto, la sinistra in Campania e Puglia. Il match vero sembra un altro: la conta all’interno degli schieramenti. A sinistra (1): la Schlein, ex baldanzosa avversaria dell’ancien régime piddino, si piega ai detestati cacicchi? E apre la stagione del rimbalzo critico sul correntismo, apprestandosi a una superalleanza con la catena di potere Franceschini-Nardella-Picierno? E guarda con occhio nuovo agli assolutisti del riformismo, tipo Gori, Delrio, Guerini? E capisce, ohilà, dalle rivelazioni del caso Garofani che oggetto dell’augurabile scossone nel campo progressista è lei, proprio lei, tanto da venirle suggerito di stringere i tempi a pro d’un patto con l’associazionismo neocentrista guidato da Ernesto Maria Ruffini?
A destra (2): il Venetismo di cui scriveva Piovene, un autosentimento ammirativo, rischia di spegnersi con la vittoria di Stefani, squadra Carroccio. Perché Stefani non è Zaia. Il quale da capolista piglierà più di tutto il leghismo messo insieme, te capì Salvini, che alla vigilia fai sapere: vorrei il Doge a Roma Parlamento. Lasciando intendere ai serenissimi est-padani che votarlo importa sì e importa no? E dunque: Stefani con aplomb meno meno meno rispetto a Zaia è tanta roba nel sacco di Meloni. L’aspirante quirinalizia fida nella vittoria mutilata ovvero nel ridimensionamento del Capitano, per poi rivendicare un candidato governatore di FdI in Lombardia. E inoltre: si computeranno e peseranno i voti delle sei regioni rinnovatesi da settembre a lunedì venturo (memento di Marche, Calabria, Toscana: 2-1 di destra su sinistra propedeutico al 3-3 finale) per tirarne la conclusione operativa d’ora innanzi. Obiettivi di Giorgia: basta con le defezioni sul tema occidentalismo/guerra, basta con i dubbi sul cambio di legge elettorale (lei mira a un proporzionale con premio di maggioranza), basta ai residuali dubbi nella volata pancia a terra pro sì al referendum sulla giustizia, basta infine all’arretramento di fronte al possibile anticipo delle elezioni politiche, da inizio ’27 a fine ’26. Prendere o lasciare. Le riserve son già pronte alla scesa in campo, Calenda first.
