In piazza per Gaza. E per i salari sempre più giù

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Il 7 ottobre è un giorno funesto per Israele e non solo, ne dovremmo convenire tutti. Da lì, dal proditorio attacco dei terroristi di Hamas ai coloni (1200 vittime, 250 rapiti), tutto è cominciato. Fino alla sproporzionata reazione dei soldati di Netanyahu nella Striscia di Gaza e alle conseguenti, diffuse proteste in mezzo mondo. Italia compresa, con centinaia di migliaia di persone in piazza.

Centinaia di migliaia, appunto, come forse non si è mai visto nel recente passato, al netto dei facinorosi, violenti antagonisti che hanno provocato gli inaccettabili disordini della scorsa settimana. A determinare tale, vasta partecipazione è in primis lo sdegno per i massacri compiuti, per la devastazione e il dolore provocati dalla insensata guerra contro civili, donne, anziani, bambini (i colloqui di pace appena iniziati aprono a una flebile speranza). Ma c’è chi, come Federico Fubini, una delle firme di punta del Corriere della Sera, ritiene, meglio, sospetta, che ci sia anche dell’altro ad alimentare la rabbia degli italiani; questioni politiche, certamente; questioni di natura economica, molto più facilmente. Una correlazione a causa della situazione economica del Paese, che colpisce i ceti più poveri e quelli medi: alla crescita dei numeri sulla produttività e sui profitti non c’è stata corrispondenza con la crescita dei salari.

L’Italia è (sarebbe) la nazione europea in cui il valore reale delle buste paga è calato di più anche in rapporto ai dati dell’inflazione. Fubini scrive in scia a una approfondita analisi su un problema tutt’altro che secondario, sottovalutato dal governo, dalla politica in generale, dagli stessi sindacati. Questi ultimi portano, legittimamente e con molte ragioni, la gente a manifestare per Gaza, ma sullo sfondo si percepisce nel contempo il desiderio di alzare la voce anche per le tante, troppe difficoltà di far quadrare i bilanci familiari, di, come si dice, sbarcare il lunario. Fin troppo esplicito Fubini: “Tante imprese in Italia guadagnano così tanto che potrebbero tutelare la paga dei dipendenti, senza torcere un capello ai proprietari. Mediobanca parla di circa quattromila euro di aumenti possibili in media nazionale, molto di più per le società partecipate”.

Concetto chiaro, che risponde all’ipotesi di una frustrazione pronta ad esplodere, manifestata indirettamente con i cortei dei giorni scorsi, seppure per motivi di carattere internazionale. E’ possibile? Il contesto salariale ci offre ampie spiegazioni. Alla luce anche di altri settori del sistema la cui opacità gestionale è sottolineata sempre nello studio presentata dal giornalista del Corriere. Un esempio? Gli utili delle banche. Testuale: “Secondo gli analisti di Piazza Affari, solo le grandi banche italiane quotate in borsa arriveranno a un fatturato di 75,5 miliardi di euro (quasi quattro punti di prodotto interno lordo) e avranno un risultato netto di 27,5 miliardi di euro”. A questi numeri aggiungiamo che in Italia la gestione dei risparmi è la più cara (per i clienti) al mondo. Insomma, forti con i deboli e deboli con i forti. Via via aumentano le diseguaglianze, si rafforzano le contrapposizioni e le contraddizioni. Per arrivare a concludere: “La lava della pressione sociale sobbolle giusto sotto la superficie. Oggi ha preso la direzione dei cortei per Gaza. Domani, chissà”.

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