di Claudio Ghisalberti
Simone Inzaghi non è più l’allenatore dell’Inter. Il tecnico piacentino ha deciso di lasciare per andare ad allenare in Arabia Saudita. E questo per i nerazzurri non può che essere un bene. I motivi sono molteplici.
Inzaghi in quattro anni ha vinto uno scudetto, due volte la Coppa Italia e tre la Supercoppa. Ha portato la squadra due volte in finale di Champions League nelle ultime tre stagioni, anche se entrambe le volte ha perso. Tanto, si potrebbe pensare. Invece, il tanto è da collegare a quello che ha perso. Il primo grave passaggio a vuoto è stato lo scudetto 2021-2022 regalato al Milan di Pioli, anche se la colpa venne addossata quasi in toto a Radu, il portiere di riserva in campo nella sciagurata partita di Bologna.
Ma quello che più conta è il fragoroso “zero tituli” di questa stagione. Qualcuno parlava addirittura di un ipotetico triplete, ma quella era più che altro una boutade giornalistica o un’esaltazione di qualche tifoso. Invece le cose sono andate molto diversamente. In campionato l’Inter è mai stata davvero brillante, soprattutto nei minuti finali. Negative le trasferte di Genova, di Monza e di Parma, così come quella di Bologna con il gol vittoria di Orsolini al 95′. Poi pesano i due derby contro il Milan, le due sfide contro la Juventus. Per finire con il disastroso pareggio in casa con la Lazio alla penultima di campionato per colpa di un rigore evitabile. Alla fine ha realizzato 81 punti, ben 13 meno dello scorso anno e lo scudetto se lo è cucito sul petto il Napoli con un punto in più. Due scudetti quasi vinti, eppure persi in quattro anni.
Poi c’è la Champions. Vero che quest’anno nei quarti ha eliminato il Bayern Monaco e in semifinale il Barcellona con partite memorabili e, perché no, fa parte del gioco, anche una cospicua dose di fortuna. Ma poi in finale con il Psg c’è stato il tracollo, la vergogna. Contro tedeschi e spagnoli l’Inter ha giocato sui nervi, s’è sentita corpo unico e si è esaltata in sfide che sembravano impossibili. Prima della finale, invece, la truppa ha saputo che il loro generale, su consiglio del figlio, li avrebbe mollati. E la truppa non ha combattuto. Si è arresa, data per vinta. Inzaghi sapeva benissimo che ripartire dopo una legnata come questa, aggiunta alla precedente botta scudetto, sarebbe stato estremamente difficile. E il mondiale per club è alle porte. Un’altra brutta figura, non difficile da prevedere con una squadra ormai spremuta, sarebbe stata devastante per la sua immagine.
Già, il figlio Tommaso. È lui che ha fatto da intermediario tra arabi e padre. Ma anche qui c’è una nota stonata. Simone Inzaghi ha un agente, è Tullio Tinti. Il figlio, invece, lavora per un’altra agenzia, quella di Federico Pastorello. Non una cosa elegante, eticamente discutibile. Ma davanti a una montagna di dollari ci si può anche chinare. O no?
Ma torniamo all’aspetto sportivo. Molti considerano e valorizzano il percorso. Discorso perfetto se parlassimo di una realtà giovanile, di fattori educativi. Ma una squadra come l’Inter è una società sportiva professionistica di altissimo livello con un importante legame sociale, quello dei tifosi. Contano quindi i risultati, quello che si vince, i trofei che si mettono in bacheca. Non il percorso, soprattutto se poi non porta nulla. Quando ballano milioni e milioni, centinaia, avere quasi vinto serve a niente. Va bene solo per scrivere qualche libro romantico.
Un altro aspetto tecnico da non trascurare è quello legato ai giovani. Quanti ragazzi sono passati dal vivaio in prima squadra? Qualcuno, ma solo per fare numero in panchina o brevi, saltuarie e inutili comparsate a risultato acquisito. Eppure quello nerazzurro è uno dei migliori vivai in Europa. Possibile che in quattro anni non ci sia stato nessuno all’altezza? In più, ha praticamente distrutto Frattesi che è un giocatore di valore. Uomo partita contro Bayern e Barcellona, zero minuti in campo nella finale. Inzaghi ha anche accettato un attacco con riserve come Arnautovic, Taremi e Correa. Che i tre fossero inadatti al compito lo avrebbe capito anche un bambino di dieci anni. E questo errore, tra gli altri, ha portato ad avere le due punte titolari spremute come pelli di limone e sempre sul filo dell’infortunio.
Poi, forse Inzaghi se ne sarebbe andato anche se avesse vinto la Champions. Il tecnico non considera abbastanza valorizzato il suo lavoro. Meriti valutati attorno a 6,5 milioni di euro a stagione, questo il suo compenso. Un disagio che ha cominciato a manifestare quando s’è reso conto che la quaglia stava scappando. Del resto Inzaghi non ha mai dato l’impressione di grande autorevolezza, di forza, di potere. Ha sempre giocato molto sul filo dei nervi, della tensione.
Da domani si sentirà apprezzato dagli arabi dell’Al Hilal che lo copriranno d’oro. Del resto, se uno ha solo un dubbio se allenare l’Inter o un squadra araba, mica il Real, il Barcellona, il Bayern o squadre di eccellenza, è giusto che vada. O che lo facciano andare. Che lo aiutino a scegliere. Ancelotti avrà avuto anche lui offerte faraoniche dagli arabi nella sua carriera o no? Eppure Carletto, che è una persona in pace con sé stesso oltre che il miglior allenatore al mondo, di andare a Riad non ci ha mai pensato. Vorrà pur dire qualcosa.
