GALLARATE – «Alle 5 del mattino, la moglie di uno dei colleghi di mio padre è venuta a bussare alla nostra porta. Era sconvolta e ci ha detto solamente che avremmo ricevuto una chiamata importante dall’Italia. Due ore più tardi abbiamo scoperto che mio padre era stato bruciato vivo». Così Florina Cazacu – al podcast “Memos” di Radio Popolare – ricorda il 15 marzo 2000. Il giorno in cui scoprì che Cosimo Iannece aveva arso vivo suo padre: Ion Cazacu.
Il paese delle meraviglie
Aveva 17 anni, al tempo dei fatti, Florina Cazacu. E abitava in Romania con la madre Nicoleta e la sorella Alina. Questo, prima che la sua vita venisse stravolta dalla tragedia, e dovesse trasferirsi in Italia per stare accanto al padre agonizzante. «Lui era venuto qui per esigenze economiche», ricorda. «La sua intenzione era di pagare i debiti e mettere da parte qualche soldo per far studiare le figlie». Per questo aveva scelto l’Italia, una terra che – pur con le dure condizioni di lavoro che doveva sopportare – raccontava come «il paese delle meraviglie, dove ognuno ha rispetto dell’altro e chi vuole lavorare può farlo tranquillamente».
Oggi, Florina è cresciuta. Ha una figlia, Ioana (in onore del padre), e – nonostante tutto – ha deciso di continuare a vivere e lavorare proprio nel gallaratese. «Non ho mai giudicato male l’Italia per quello che aveva fatto un suo cittadino», spiega. «Non ho mai pensato che questo fosse un popolo di assassini per via di quello che ha fatto una sola persona».
La storia di Ion Cazacu
Ion Cazacu era un ingegnere rumeno di 40 anni, laureato all’Università di Craiova. Si era trasferito a Gallarate per assicurare un futuro migliore alla moglie e alle due figlie. Qui, aveva trovato lavoro come piastrellista. Viveva in una casa di ringhiera in via Pietro Micca insieme ad altri connazionali: tre stanze per dodici persone. Ogni mese, il proprietario e datore di lavoro, Cosimo Iannece, scalava duecento mila lire dalla paga di ognuno di loro per coprire le spese di affitto.
Questo, fino alla sera del 14 marzo 2000. Dopo un diverbio sulle paghe degli operai, Iannece si presentò alla porta dell’appartamento con una tanica di benzina, la versò su Cazacu, estrasse un accendino e gli diede fuoco.
Le fiamme avvolsero immediatamente l’ingegnere, ustionandone il 90% del corpo. Dopo la corsa al pronto soccorso di Gallarate, Cazacu venne trasferito al reparto grandi ustionati di Genova, dove i medici tentarono con ogni sforzo di salvarlo. Ma il 14 aprile, esattamente un mese dopo lo scatenarsi della furia omicida di Iannece, il suo cuore smise di battere.
L’impatto della storia
Dopo il processo, che riscosse grande attenzione mediatica, Iannece venne condannato a 16 anni. Poco più della metà dei 30 imposti in primo grado e in appello.
Ma il caso continuò ad avere rilievo, diventato oggetto del libro inchiesta di Florina e Dario Fo “Un uomo bruciato vivo”. E, nel 2012, il gruppo rock Teatro degli Orrori dedicò alla vicenda la canzone “Ion”.
Busto, cosparso d’alcol e dato alle fiamme. Il fratello arrestato per tentato omicidio
