JERAGO CON ORAGO – «Gli altri sindaci lavorano. Il nostro no. E un sindaco, per legge e responsabilità, dovrebbe essere pagato». Lo dice Salvatore Marino, esponente di Fratelli d’Italia e consigliere d’opposizione a Jerago con Orago. Interviene così sul fatto che il primo cittadino Emilio Aliverti – fin dal 2018 – abbia deciso di non percepire lo stipendio per il ruolo che ricopre. E lo attacca: «La rinuncia, così come viene raccontata, funziona solo se è accompagnata da un impegno quotidiano, da una presenza costante, da un lavoro amministrativo reale. Altrimenti diventa un gesto di immagine, un simbolo utile alla comunicazione politica, ma non alla gestione del Comune».
«Il risparmio è per il Comune? Falso»
Per Marino, la rinuncia allo stipendio di Aliverti viene presentata «come un gesto di sobrietà e dedizione alla comunità». Ma poi affonda il colpo: «C’è un fatto che cambia completamente la prospettiva, i sindaci che non rinunciano allo stipendio sono presenti in Comune tutti i giorni. Il nostro no». E ancora: «La narrazione del “risparmio per il Comune” è politicamente comoda, ma tecnicamente falsa. La Corte dei Conti ha stabilito che una parte dell’indennità del sindaco è finanziata dallo Stato, quella parte è vincolata, se il sindaco rinuncia, il Comune deve restituire quei soldi al ministero dell’Interno, quindi non rimangono a Jerago, non finanziano servizi, non diventano risorse per la comunità. Il risparmio reale è solo sulla quota comunale». Il resto, dice, «è comunicazione politica. Gli assessori oggi sono pagati. Anche chi in passato rinunciava. Un altro dato che viene sistematicamente omesso: un tempo rinunciavano anche gli assessori, che oggi percepiscono l’indennità, tra cui Giorgio Ginelli, che ha percepito regolarmente l’indennità da assessore e quella di amministratore unico, non ho visto rinunce. Dunque la rinuncia del sindaco non è più una prassi condivisa, ma una scelta individuale, utile a costruire un’immagine personale, non un modello amministrativo dell’intera giunta».
Il nodo «politico»
Il nodo «politico», prosegue Marino, è che «rinunciare allo stipendio non significa lavorare gratis». Lo considera «un elemento ripetuto ogni volta che serve rafforzare un’immagine di “buon governo”. Ma un gesto personale non può sostituire la presenza quotidiana in Comune». La domanda è: «Che senso ha rinunciare allo stipendio se poi non si è presenti in municipio? Gli altri sindaci che percepiscono l’indennità ci sono ogni giorno, ricevono i cittadini, seguono gli uffici, affrontano i problemi, garantiscono la continuità amministrativa. La rinuncia non può essere usata come scudo politico per coprire assenze, ritardi o mancanza di presidio amministrativo».
«Un sindaco deve essere pagato»
C’è un principio, per l’esponente di FdI, «che nessuno ha il coraggio di dire apertamente: un sindaco deve essere pagato. È giusto che lo sia. Perché è responsabile civilmente e penalmente di ogni atto dell’ente, firma atti che hanno valore legale, è sindaco 24 ore al giorno, risponde di emergenze, sicurezza, protezione civile, contabilità, personale, servizi, scuole, territorio, rappresenta l’istituzione in ogni momento, anche fuori dagli orari d’ufficio». La retribuzione, quindi, «non è un privilegio: è il riconoscimento di una responsabilità enorme». In conclusione: «Meno slogan, più verità. La rinuncia del sindaco è una scelta personale, è politicamente utile, non produce il risparmio totale che viene fatto credere, non è condivisa dagli assessori, non rappresenta un modello amministrativo, non sostituisce la presenza quotidiana in Comune, e soprattutto non cancella il fatto che un sindaco, per responsabilità e ruolo, dovrebbe essere pagato. La comunità non ha bisogno di simboli. Ha bisogno di amministratori presenti, competenti, responsabili».
Non solo Triora. Anche a Jerago Orago il sindaco ha rinunciato agli emolumenti
