di Massimo Lodi
Lui burbanzoso ha già declamato che vincere sarà più facile. Invece sarà più difficile. Perché lei, la probabile avversaria, verrà investita dell’unanime consenso Democratico, superate le feroci divisioni che squassano il partito. E se non toccherà a lei, qualcun’altra/altro riceverà analogo sostegno: il presidente in uscita non l’aveva più. Si riapre la partita fra Trump e chi gareggerà per contendergli la Casa Bianca. Oggi il tycoon favorito, domani chissà.
Dieci noterelle sul taccuino del memorabile B-Day americano. 1) In nome di realismo e autocritica, il ritiro di Biden andava deciso tempo fa, sembrandone evidente la fragilità. 2) Ma l’errore commesso viene riconosciuto, sia pure in extremis: questo ha la sua importanza emozionale-strategica. 3) Il vecchio e benemerito Joe se ne va anteponendo gl’interessi dell’America all’orgoglio personale, un titolo di merito -statista- che guadagnerà consenso al successore. 4) L’endorsement a favore di Kamala Harris, la vice d’origini indiane-giamaicane, non significa un’automatica candidatura: toccherà al congresso del 19 agosto a Chicago esprimere il verdetto. 5) Ne risulterà una scelta unitaria formale-sostanziale, bongrè malgrè. 6) L’insieme di tali fattori congiura non pro, ma contro Trump. Ridicolizzare le debolezze del competitor finora in lizza era uno scherzo, far lo stesso con una donna dal passato professionale/politico tosto è altro che uno scherzo.

7) Kamala costituisce il faro d’un mondo agli antipodi di quello trumpiano: sessantenne, progressista, empatica. Incarna lo spirito coraggioso/pionieristico d’Oltreoceano. Luce in grado d’attrarre cittadini finora rimasti nel cono ombroso d’indifferenza e noia. Cioè dell’astensionismo. Biden portava con sé il peso d’una serie di guai caduti sugli Usa nell’ultimo quadriennio, ciò che non sarà per la sua numero due, rimasta sullo sfondo della governance di Washington. Quasi che, col beneplacito del capo e nonostante incarichi importanti ricoperti nel passato, fosse una sorta d’underdog in attesa di tempi migliori. La riserva d’energia nella debolezza più disperata.
8) Né va dimenticato quale boomerang potrebbe causare l’indomabile sguaiatezza trumpiana verso una donna di colore, attenta alla difesa dei diritti delle minoranze, investita di larga popolarità in un grande Stato come la California. Ha commesso errori, ad esempio a proposito d’immigrazione, però le viene riconosciuto il talento. I graffi elettorali rischiano di volgersi in offese sgradevoli perfino nel mondo conservatore (però non reazionario) tentato dal trumpismo.
9) Biden costituiva ormai una zavorra del Partito democratico, la Harris rappresenta l’àncora di salvezza. Il transito è da una sconfitta certa a una possibile vittoria. Mancano quasi quattro mesi al big-match, e una rivoluzione attende la campagna elettorale. Al di là delle parole propagandistiche, il primo a esserne consapevole è Trump, costretto a riorganizzare una strategia che non immaginava di dover sovvertire. 10) Immediato il risveglio dei finanziatori Dem: chiuso il portafogli, lo hanno subito riaperto. I soldi saranno determinanti per vincere, Kamala ne disporrà. Make America Rich Again, se la voti. Rich nel senso di più ricca socialmente perché supportata economicamente e culturalmente. Uno slogan non banale da opporre al Make America Great Again di The Donald. Al quale, grazie a dio, è rimasto orecchio per intendere. Kamala tempora currunt, checché se ne racconti il contrario.
