La Freccia nel cuore

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di Massimo Lodi

Tragedia a Torino. Seguono stupore, raccapriccio, pietà. Incalzati dal fascino oscuro/turpe del mistero. Ancora una volta, ecco la prevalenza del Caso. Accidente, combinazione, fatalità. Il mix che ti avvilisce, disarma, annienta. La sequenza dell’incidente sembra essere questa: il Pony 4 delle Frecce tricolori incrocia uno stormo d’uccelli, perde quota causa avarìa al motore, non riesce a risollevarsi. Il pilota cerca di guidare la caduta entro il perimetro dell’aeroporto di Caselle, manovra fallita d’un amen. Lui riesce a espellersi prima dell’impatto, parte del velivolo buca la recinzione e piomba su un’auto che passa proprio in quel momento. Una bimba morta, ustionati fratellino e genitori.

Ci prende lo sbigottimento, primo. Ci prende la commiserazione, secondo. Ci prende l’angoscia, terzo. E quasi ce ne vergogniamo. L’angoscia (paura, inquietudine, cruccio) è un sentimento difensivo, protettore, egoista. Lo sapevamo, lo sappiamo da sempre, che il Caso governa la vita di tutti. Ma quando un episodio fa più clamore del solito, cresce l’afflizione per una sorte che stasera, domani, il giorno appresso potrebbe riguardare anche la nostra, di vita.

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Massimo Lodi

Torna prepotente la sciabolata poetica di Ungaretti: si sta come d’autunno sugli alberi le foglie. Siamo fragili, transitori, effimeri. Pur se l’istinto di sopravvivenza ci spinge a credere nel contrario: quel che capita agli altri, non ci può capitare. La natura umana è così razionale da far prevalere l’irrazionale, senza il quale non riusciremmo ad affrontare ogni giorno con inspiegabile positività un destino segnato dal punto negativo finale. Non si tratta di fare l’apologia del pessimismo cosmico leopardiano. Si tratta di pescare dall’inconscio un’emozione profonda, di solito trattenuta e che vicende come quella d’oggi pregano di raccontare.

Pregano, sì. Perché se una sciagura ti scuote il cuore, e ne aumenta il pulsare, e te ne viene un groppo in gola pensando a chi è morto e a chi è sopravvissuto; ecco, quando succede qualcosa del genere, qualcos’altro deve seguire al turbamento. Non è un’opzione, è un imperativo. Consolatorio. Ci dice infatti che il dramma chiama alla condivisione, e la condivisione significa appartenenza allo spirito comunitario, e lo spirito comunitario rappresenta l’unica salvezza morale di fronte ai rovesci materiali. Se no, ci si schianta prima del tempo previsto dal fato, e anche senza volare.

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