La guerra: serve un asse Meloni-Schlein-Conte

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Giorgia Meloni, Giuseppe Conte, Elly Schlein

di Massimo Lodi

Trump bombarda l’Iran, s’aggrava la situazione in Medio Oriente. Fondato è il rischio cupo d’un allargamento del conflitto fra Netanyahu e gli ayatollah. Noi, noi Italia, ne siamo pienamente coinvolti. Perché alleati degli Usa, ospitandone basi militari; perché aderenti alla Nato, di cui abbiamo sottoscritto regole da osservare; perché collocati in un incrocio geografico-strategico-politico dal quale non ci si può defilare.

Dunque l’Italia dev’essere l’Italia. Una e solo una. Invece gli errori sono due. 1) Da parte della premier Meloni che, pur consultando Schlein e altre forze d’opposizione, non lancia l’idea d’una sorta di situation room tricolore aperta a chi governa e a chi no. In condizioni d’emergenza, son cose che si fanno. Si devono fare, quando il pericolo è elevato. Dibattito, confronto d’idee, proposte, infine e ovviamente decisioni affidate al capo dell’esecutivo. 2) Da parte delle minoranze e specialmente di chi intende esserne il più accreditato rappresentante: la Schlein in quanto leader del partito più votato su quel fronte, e Conte ritenendosi il candidato con maggiori atout a una futura presidenza del Consiglio d’orientamento di centrosinistra. Una sollecitazione che Schlein e Conte avrebbero dovuto fare in tempo reale, a notizia del bombardamento americano appena conosciuta, lasciando in un canto qualsiasi cenno polemico. Perlomeno Schlein ha evitato lo scarto istituzionalmente imbarazzante, tralasciando critiche. Conte lo ha cercato, infittendole.

C’è ancora tempo per rimediare. Ma poco tempo. Sulle guerre non ci si divide. Sulle guerre ci si unisce. Viene chiamato senso dello Stato. O, per meglio dire e senza paura di retorica, amor di patria. Patria uguale esigenze primarie della nazione, interesse collettivo, difesa dei cittadini, del territorio, dei princìpi costituzionali. Ci vuol poco a capirlo. Sembra volerci molto a farlo. Naturalmente è a Chigi che spetta avviare l’iniziativa, ma se Chigi titubasse, spetta a chi non vi risiede oggi e ambisce a risiedervi domani incalzare il Palazzo dei Palazzi a darsi una mossa.

Questa banale chiacchiera da caffè, così facile da esprimere e semplificatrice dei problemi, ha senz’altro il difetto dell’improvvisazione emotiva, ma forse (forse forse) il pregio del realismo popolare che nei momenti gravi tralascia i fronzoli e va al sodo. Non è mai sbagliato in tempo di guerra ascoltare la voce di quelli che han davvero a cuore la pace, considerandola un bene al di sopra dei calcoli politici, delle convenienze economiche, delle opportunità/degli opportunismi ideologici. È la voce che chiama a un asse Meloni-Schlein-Conte. Non succede, ma se succede…

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