Il rumore delle sirene accese che ha avvolto il silenzioso cordone di forze di Polizia, uomini e donne della Finanza, dei Carabinieri e della Polizia di Stato davanti alla caserma di via Beccaria, è stato l’unico vero tributo della città a Francesco Imprezzabile, l’agente delle Polizia locale rimasto ucciso l’altra notte a Milano. Sfilavano i motociclisti, sfilavano i colleghi del pronto intervento, uniti in un dolore composto per quel servitore dello Stato di trentanove anni che ha perso la vita in sella a una moto, durante un inseguimento, dopo che un alt era stato ignorato da un’auto in fuga. Oggi, però, quel rumore è svanito e il silenzio rimasto è assordante. Nessun corteo, nessuna piazza che urla, nessuna richiesta urlata di giustizia. Il lutto cittadino, per dover di cronaca.
Quando è morto Ramy Elgaml lo scorso anno, proprio qui a Milano, si è sollevato un polverone mediatico e sociale capace di infiammare i quartieri e monopolizzare il dibattito pubblico. Al di là di chi sta dalla parte della ragione e del torto, al di là delle facili categorie dei buoni e dei cattivi, l’evidenza di queste ore ci dice che la differenza profonda, in questo Paese, la fa la strumentalizzazione politica. Quando a morire è un uomo in divisa, un pezzo delle istituzioni che si muove nella notte per garantire la sicurezza collettiva, l’opinione pubblica sembra non scomporsi, quasi che quel sacrificio sia una nota spese ammissibile all’interno del ruolo. Si viaggia su due pesi e due misure, con una schizofrenia emotiva che si consuma tra l’indifferenza delle strade e i commenti feroci sui social media.
Non mi piace questo Paese quando si dimentica di chi sta facendo il suo dovere per proteggere, per preservare cittadini come me, noi, te, i tuoi figli, dalla folle corsa in auto di qualcuno che potrebbe essere pericoloso, ma si indigna terribilmente se in una analoga corsa a perire è chi fugge. È un cortocircuito etico che sposta il baricentro dell’empatia sociale, santificando l’illegalità e normalizzando il dramma di chi difende la legalità. Non è una questione di fare differenze tra i morti, perché ogni vita spezzata porta con sé un carico di dolore assoluto e insondabile, ma si tratta di celebrare che cosa queste persone hanno fatto e che cosa hanno scelto da vivi.
Scegliere di stare dalla parte del diritto, accettando il rischio di non tornare a casa per coprire le spalle a una comunità distratta, come ha fatto Francesco Imprezzabile, non può diventare una colpa o, peggio, un fatto di cronaca minore da liquidare in poche righe. Nel silenzio di queste ore non c’è solo il lutto di una famiglia o di un Comando, ma la svalutazione strisciante di quel patto sociale che ci tiene insieme e che qualcuno, ogni notte, firma con la propria vita.
