di Ivanoe Pellerin
Cari amici vicini e lontani, dopo la giornata dello sciopero e soprattutto delle “occupazioni” mi viene da pensare a quando eravamo preda del Covid e molti, moltissimi si mettevano a cantare sui balconi e mostravano (e i giornali titolavano su questa roba) quelle lenzuolate con scritto: “Andrà tutto bene”. Possiamo dire che non è andata bene, anzi che è andata proprio male, molto male. Oggi sui balconi appendono le bandiere della Palestina persone che non sanno nulla della storia di Israele e del Medioriente, non hanno alcuna idea di come si sono svolte le situazioni, le crisi, le violenze da una parte e dall’altra e di come si è dipanata questa drammatica storia. L’ottimo Crepet dice che prima di parlare occorre pensare e prima di pensare occorre leggere ed io aggiungo occorre conoscere. Per questo mi permetto di consegnarvi in grande sintesi la complicatissima storia di questo pezzo di mondo.
Dovete avere pazienza: è difficile riassumere cent’anni di storia ma è necessario conoscere il passato se vogliamo capire il presente e costruire il futuro. Il 2 novembre 1917 con la dichiarazione Balfour indirizzata a Lord Rothschild, quale rappresentante della comunità ebraica del Regno Unito, il governo britannico, in merito alla spartizione dell’impero ottomano, sottolineava la possibilità della creazione di una “dimora nazionale per il popolo ebraico” in Palestina, senza però pregiudicare i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche di quel territorio. La dichiarazione Balfour fu poi inserita all’interno del trattato di Sèvres, che stabiliva la fine delle ostilità con la Turchia e assegnava la Palestina al Regno Unito.
Facciamo un salto di circa trent’anni fino al 1947 quando con 33 voti a favore tredici contrari e dieci astenuti l’assemblea generale dell’ONU approvava la risoluzione 181 che di fatto divideva la Palestina e dava origine alla risoluzione due popoli e due stati dividendo il territorio pressappoco a metà con Gerusalemme sotto il controllo internazionale. Quel sogno che oggi sembra irraggiungibile ha una data di nascita.
Il 14 maggio 1948 nasceva lo Stato di Israele che aveva accettato la decisione dell’ONU. Il giorno dopo la Giordania, la Siria, il Libano, l’Egitto e l’Iraq che l’avevano rifiutata attaccano militarmente Israele volendone la distruzione dal fiume al mare. Israele resiste a quell’attacco, vince sul campo conquistando qualche territorio e da quel momento inizia la questione dei profughi. Negli anni seguenti gli stati arabi continuano a non riconoscere l’esistenza di Israele e quindi a negare il piano dell’ONU e continuano ad ammassare truppe ai confini dello stato ebraico. La tensione crescente sfocia alla fine del 1967 in una nuova guerra. Anche questa volta Israele resiste, anche questa volta vince sul campo e anche questa volta, nel tentativo di creare zone cuscinetto, occupa territori di Gaza, la Cisgiordania, la penisola del Sinai, Gerusalemme est e le alture di Golam.
Nel 1967 l’ONU propone una possibile soluzione: la pace in cambio di territori, il riconoscimento dello Stato di Israele in cambio di uno stato palestinese. Dopo due guerre volute dagli stati arabi l’ONU propone questa soluzione: Israele torna ai confini che aveva prima della guerra dei “Sei giorni”, abbandona Gaza, il Sinai, la Cisgiordania e Gerusalemme est e gli stati arabi riconoscono il diritto di Israele di esistere. Questa è la risoluzione n.° 242 del 1967: “Il consiglio di sicurezza dell’ONU afferma che per ottemperare ai principi della carta dell’ONU occorre instaurare in Medioriente una pace equa e duratura che includa l’applicazione dei due seguenti principi: 1) il ritiro delle forze armate israeliane dai territori occupati nel recente conflitto 2) La fine di tutte le rivendicazioni o stati di belligeranza e il rispetto e il riconoscimento della sovranità, dell’integralità territoriale e dell’indipendenza politica di tutte le nazioni dell’area, nonché del loro diritto a vivere in pace entro confini sicuri e riconosciuti, libere da minacce o atti di forza”
Gli stati arabi rifiutano ancora l’esistenza dello stato ebraico e nel 1973 Egitto e Siria attaccano Israele che per la terza volta si difende e per la terza volta vince sul campo. A questo punto qualcosa inizia a cambiare e nel 1989, sotto la guida illuminata del presidente Sadat, l’Egitto firma un accordo di pace nel quale riconosce lo Stato di Israele che riconsegna la penisola del Sinai. Israele si offre di riconsegnare anche la striscia di Gaza ma l’Egitto rifiuta.
Passano i decenni, l’odio cresce, il terrorismo richiama la rappresaglia e diventa sempre più difficile ricordare l’inizio di questa vicenda. Israele costruisce colonie a Gaza e in Cisgiordania contribuendo a rimandare la soluzione del problema. Odio chiama odio, violenza chiama violenza. E siamo negli anni ’90, nel decennio nel quale questa storia si avvicina di più ad una soluzione. Nel 1993 il premier israeliano Isaak Rabin e quello palestinese Jasser Arafat firmano gli accordi di Oslo alla presenza del presidente americano Bill Clinton. Questi accordi prevedono: un sostanziale autogoverno palestinese a Gaza e in Cisgiordania e la creazione di un’autorità politica palestinese che viene effettivamente costituita e il cui primo presidente è proprio Jasser Arafat. Sembra quindi che ci siamo: pace in cambio di territori. Il parlamento israeliano ratifica questi accordi ma purtroppo il primo ministro Rabin ci rimette la vita poiché di lì a due anni viene ucciso da un fanatico ebreo. Ciò nonostante, Israele procede secondo l’accordo. Dalla parte palestinese nascono problemi. Un’organizzazione terroristica nata qualche anno prima, Hamas, si oppone. Accusa l’autorità nazionale palestinese di essere troppo morbida verso il nemico ebreo poiché Hamas non vuole la pace ma la distruzione dello Stato ebraico.
Così l’accordo di Oslo fallisce e nessuno lo può spiegare meglio di come Bill Clinton ha fatto pochi mesi fa. Sentite come racconta quel passaggio cruciale: “L’unica volta che Yasser Arafat non mi ha detto la verità è stato quando mi ha promesso che avrebbe accettato l’accordo di pace che avevamo elaborato e che avrebbe dato uno Stato ai palestinesi sul 96% della Cisgiordania e il 4% d’Israele e avrebbero dovuto scegliere dove si trovasse quel 4% in modo da avere l’effetto della stessa terra di tutta la Cisgiordania. Avrebbero avuto capitale in Gerusalemme e avrebbero avuto libero accesso tutto il giorno, tutti i giorni alle torri di sicurezza che Israele ha mantenuto in tutta la Cisgiordania fino alle alture del Golan. Tutto questo è stato offerto compreso, lo ripeto, una capitale in Gerusalemme Est e due dei quattro quadranti della città vecchia di Gerusalemme. Confermato dal primo ministro israeliano Ehud Barak e dal suo gabinetto. E loro hanno detto di no. E penso che in parte sia dovuto al fatto che Hamas non si preoccupava di una patria per i palestinesi. Volevano uccidere gli israeliani e rendere Israele inabitabile.”
Arriviamo al 2005 quando appare un fatto storico: Israele decide unilateralmente di ritirarsi dalla striscia di Gaza. Manda i propri soldati a smantellare le colonie che gli ebrei avevano insediato in quei territori a fronte di grandi proteste interne. In seguito Hamas ne acquisisce il controllo, vincendo delle elezioni che vengono effettivamente svolte, ma che sono le prime e le ultime. Hamas, invece di interrompere la lotta armata e passare alla fase successiva, mostrando al mondo che è possibile governare la Palestina, non usa le risorse che affluiscono dalla solidarietà internazionale e dai paesi del Golfo per lo sviluppo e la prosperità di quel territorio ma le usa per scavare tunnel, per comprare armi e per attaccare Israele la cui distruzione rimane l’obiettivo primario ed esclusivo.
E arriviamo così al 7 ottobre 2023 quando Hamas fa una carneficina di pacifici israeliani. Ovviamente Israele reagisce come ha sempre reagito nella sua storia, reagisce alla violenza con la violenza, a mio parere eccessiva e non giustificabile, come abbiamo visto in questo tragico periodo. Però in guerra è molto difficile distinguere i civili dagli uomini in armi e questo provoca tragedie inaccettabili come quelle che abbiamo visto e vediamo ancora allontanando caso mai di più la vecchia possibilità di scambio di territori per la pace.
Cario amici vicini e lontani, questa è la storia che chiunque che non si accontenti di seguire le opinioni dei più o alla moda o diffuse ad arte può approfondire e studiare. Questa è la storia che aiuta a capire quello che sta succedendo oggi. Il mese scorso la Lega Araba che riunisce tutti i paesi arabi della regione ha detto a chiare lettere che la pace si può raggiungere. Straordinariamente proprio quando Hamas perde l’appoggio dei suoi fratelli arabi raggiunge paradossalmente l’appoggio dell’opinione pubblica dell’Occidente che si fa convincere da una narrazione di parte. Adesso vedremo se la proposta congiunta di pace di Trump e Netanyahu avrà un futuro.
