di Massimo Lodi
Grande onore, applaude Trump. Evviva, fa eco Vance. Sembra ai due che a Roma si sia insediato uno di loro, un pezzo sacro di Maga. E invece no. Mica è così. A Roma, soglio pietrino, s’è assiso un anti-Maga. Uno che la pensa all’opposto dei suprematisti/nazionalisti, guarda con caritatevole passione agli altri mondi, crede a un ecumenismo cattolico di risvolto sociale. Altro che muri agl’immigrati, e separazione tra chi ce la fa-chi no, e isolazionismo culturale verso il resto del pianeta.
A Roma viene eletto un Papa che non crede nell’America First. Semmai nell’America Fast: Paese più veloce della concorrenza nel progredire e perciò tenuto ad aiutare chi è costretto ad andar piano. Poi, circa i rapporti di forza: bene che prevalgano quelli di segno morale, meno che mai quelli di segno militare. Francis Prevost sventola subito la bandiera della pace. Non simbolica. Vera. Pratica. Impugnabile. Dovunque ci sia guerra. Guerra militare, guerra economica, guerra etica. Et alias. Il che non significa chiusura al dialogo, semmai il contrario: apertura anche con i sordi. Per esempio il tycoon e il suo vice, determinati a silenziare interlocutori storici, vedi l’Europa. Salvo marce indietro, ritorni in avanti e alé così.
Leone XIV potrà intendersi col Grand’uomo d’Occidente. Purché il Grand’uomo si dia una diversa misura di sé stesso. E capisca che il successore di Bergoglio si ritaglierà un ruolo cruciale nei rapporti politici oltre che nel ruolo religioso. Né gli potrà dare del marxista liquidandolo sic et simpliciter. Ci dovrà discutere. A proposito d’indifferenza globale, d’ambiente offeso, di profonde disuguaglianze, d’ingiuriate dignità. E di più, come il nuovo Papa ha lasciato intendere durante l’omelia della prima messa, celebrata nella Cappella Sistina: il Vangelo sia annunciato a ogni creatura.
Basta questo a spiegare tutto. L’Altro Americano, il pontefice delle Cose Nuove ispirato dalla Rerum Novarum dell’omonimo Leone numero tredici, vuol rappresentare un argine d’umiltà coraggiosa a barbarie contemporanee di qualsiasi natura. Sarà dialettico il rapporto con The Donald, ancor maggiore con l’intera carovana dei potenti del mondo. E specie con i potenti che calpestano ogni diritto, ogni buonsenso, ogni misericordia, ogni senso dello Stato, che vuol dire ogni dettaglio del buonvivere quotidiano.
Davanti al Giudizio universale di Michelangelo, l’agostiniano Prevost elenca una serie di limpidi e sferzanti giudizi sugli errori della contemporaneità. Lo smarrimento della fede, l’irrisione del cristianesimo, l’idolatria del superomismo, la mancanza d’umanità, il perdersi nelle illusioni materialistiche, la confusione fra vita vera e vita artificiale. Ovvero: il progresso dei popoli non si misura solo sull’avanzare delle innovazioni. Il tutto dichiarato con l’intento non di strappare, e invece di ricucire. Questo Papa essenziale e semplice nella sua celebrazione d’esordio sarà ago della bilancia planetaria e filo di rammendo d’una idea sfilacciatissima di convivenza civile/spirituale. Disegno che aveva Giovanni Paolo II conoscitore della Guerra fredda, disegno che appartiene a Leone XIV conoscitore di molte guerre calde. E pronto alla rivoluzione realistica della bontà: il tesoro, ipse dixit, affidatogli dai cardinali e che esclude tecnologia, denaro, potere, successo, piacere. Spendersi invece di spendere: non è un motto da insegna vaticana, ma un moto emozionale sì.
