Le due Leghe: ora si fa sul serio

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Luca Zaia e Matteo Salvini, trattative in corso per il rilancio della Lega

di Massimo Lodi

Tenere insieme gli opposti. Salvini ci prova. Una Lega, la Lega 1, che sia competitiva sul fronte radicale con Vannacci. Una Lega, la Lega 2, che sia competitiva col riformismo moderato di destra. Lui, Salvini il commander inscì, ariete della Lega 1. Zaia, promosso vicesegretario unico, ariete della Lega 2. Zaia/Luca/Doge ex governatore del Veneto, oggi presidente del consiglio regionale, post-democristiano d’acclarato virtuosismo trattativista, interlocutore gradito dei sodali nordisti (for example Fedriga e Fontana), il giusto hombre del partido qualora il partito decidesse di farsi in due. Il partito di quassù, il partito di laggiù. Quassù nei territori storici del Carroccio, laggiù nei territori di conquista nazionale immaginati da Salvini. Immaginati, eh. Basta lì, ci siamo capiti.

Dunque Matteone –che il 4/5 luglio raduna i suoi maggiorenti allo scopo d’evitare un congresso straordinario– sembra essersi persuaso, visto l’assedio cui lo stringe il generale. Concorrenza, per quanto sia possibile, col militare dalla parola estrema. Deterrenza con l’Amatissimo della Serenissima. Realista. Pratico. Beneamato. Pronto al varo il modello Cdu-Csu di stampo tedesco: una formazione politica, due squadre. Un ideale di fondo, due direttrici operative. Un recupero della tradizione, due competitor del presente con cui rivaleggiare: il citato Vannacci, la non citata e però popolarmente stracitata Meloni.

Operazione difficile, ostica, impossibile forse. Tuttavia incombe il pericolo di finir buggerati alle elezioni ‘27, e ci si deve attrezzare a sminuirne la portata. Già i sondaggi danno l’ex parà in corsia di sorpasso sull’ex capitano (una volta Capitano, con la ci maiuscola, ora non più, dopo il doloroso rosario di sconfitte) e l’allarme  lampeggia rosso. Dai territori arriva, sia pure non ancora ufficialmente richiesta, la benedizione: dividiamoci per restare uniti. La Lega torni a essere il sindacato del Settentrione, e se vi riesce riprovi a essere il catalizzatore d’un consenso nazionale che sfugga agli alleati-rivali.

Il piede in due scarpe? Meglio d’una scarpa che nessun piede riesce più a calzare. Del resto, se da decenni l’artificio riesce ai crucchi, perché dovrebbe fallire dove i crucchi furono storicamente matati? Obiezione: là siamo nel solco d’una lunga tradizione, qui saremmo agli esordi d’una scaltra macchinazione. E ok, avete ragione. Il distinguo ci sta. Però quando butta male, nulla va scartato perché resista qualche chance che torni a buttar bene. Raccontiamocela chiara: se passa la nuova legge elettorale (ciao collegi uninominali) Salvini rischia di perdere decine di parlamentari. E allora vale mettere in campo ogni risorsa, invenzione, machiavello. Infilarsi gli stivali delle due Leghe, sperando in un cammino meno accidentato di quanto oggi si presenta.

D’altronde né Meloni né Tajani han profferito un beh, insomma, dai, aspetta. No, no, Matteone, vai pure. Lo giudicano, Matteone, comunque un argine al Futurista minaccioso, e allora ben venga questa differenziazione tattica: i sodali della destra vi guardano con occhio benevolo/strategico. A proposito: si narra che nei giorni scorsi Marina Berlusconi abbia incontrato Zaia, incoraggiandone l’impresa. Il conservatorismo illuminato o liberal riformismo unisce lei e lui. Un fronte comune lo farebbe pesare di più: nella competizione versus Vannacci, nella competizione versus Meloni.

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