Lavitola, chi è mai costui? Rimando manzoniano che vale giusto per noi comuni mortali, che di Valter Lavitola abbiamo avuto contezza indiretta all’epoca di Berlusconi, quando fu al suo fianco fino al punto da tentare un’estorsione a suoi danni. Poi, di lui, che pure diresse L’Avanti in anni meno gloriosi rispetto alla storia del socialismo, non si seppe più nulla. Ma giù a Roma non è mai stato un Carneade, soprattutto per il potere e per il giornalismo, per il mondo dello spettacolo e per il sottobosco della politica. Tutti attovagliati al suo ristorante di pesce, il Cefalù. Tutti lì ad ascoltare i suoi racconti e, probabilmente, i suoi immaginifici scenari, le sue storie, le sue visioni. Un grande affabulatore come, di solito, lo sono coloro i quali hanno fama di faccendieri.
Paolo Mieli, già direttore del Corriere, storico, intellettuale, saggista, impazziva per la pastasciutta con le vongole. “Già sgusciate” precisa il diretto interessato in una intervista in cui magnifica il piatto. Lo scrittore Fulvio Abbate lo definisce Mandrake, “personalità narcisistica – sono sue parole – però andavo da lui quasi tutti i giorni”. Poi, Patti Pravo, Stefano Cappellini (direttore della Repubblica), Monica Giandotti e, attenzione, Italio Bocchino, giornalista, cantore della destra e protagonista nei talk show. Insomma, un campionario dell’Italia che in un certo senso “fa la differenza” nei luoghi che contano di Roma capitale e che, guarda un po’, cercava conforto da Lavitola. Ne avevano bisogno questi commensali o, vecchio vizio di una certa classe dirigente e del giornalismo, si facevano fare lo sconto quando si alzavano dai tavoli del Cefalù?
Eh, le abitudini del Belpaese che non disdegna lo sconticino o, meglio ancora, la cena offerta dal ristoratore. Anche se il suo curriculum non è tra i migliori e la cifra reputazionale è quella che è. Condizione che consiglierebbe prudenza. Fabrizio Iseni, editore di Malpensa24, non ha usato perifrasi in un suo recente articolo per sottolineare come i giornalisti mai dovrebbero andare a cena col potere. Con un certo potere carico di ombre e di comportamenti perlomeno sospetti. Il motivo? La libertà di stampa non vuole condizionamenti. Quasi un mantra deontologico per noi scriba. Che di peccati e peccatucci su questo versante ne avremmo tutti da confessare: chi si chiama fuori è un bugiardo. Benché, sul modello Ranucci, si rischia di essere blanditi, usati e scherniti “a nostra insaputa”.
Sigfrido Ranucci, appunto. L’amico bello e caro che, per fargli fare carriera, lo si omaggia di un attentato a scopo mediatico, per accrescerne la popolarità. Mandante. Lavitola, chi se no? Per giunta senza che il destinatario della bomba ne fosse informato. Così si dice, così c’è chi ci crede. Un po’ meno ne sono convinti i magistrati che coordinano l’inchiesta giudiziaria. Per farla breve, chi sia Lavitola lo sapevano in tanti, non gli ultimi della fila. Un personaggio che fa litigare la politica e le tifoserie, che tiene banco sulle prime pagine; fa accapigliare l’autorevole editorialista Antonio Polito e il direttore Marco Travaglio, accende entusiasmi come quello di Furio Abate e stimola l’appetito di intellettuali del lignaggio di Paolo Mieli.
A proposito, avete letto cosa pensa Mario Giordano di Mieli? Se lo cucina bello bello in poche righe, nelle quali, dopo averlo criticato per aver sottovalutato la strampalata proposta del referendum conoscitivo sulla popolarità di Ranucci, chiosa il suo intervento rivolgendosi direttamente a Mieli: “… come facesse lei a essere protagonista di questa storia assurda. E lei, dopo qualche settimana di imbarazzato silenzio, ce l’ha spiegato: galeotta fu la vongola sgusciata… abbiamo finalmente capito che per un vero cronista gli unici contenuti che contano sono i contenuti del piatto. Specie se sono molluschi, che per altro hanno la schiena più dritta di certi re del giornalismo”. Senza pietà. E una lezione per tutti noi.
