di Massimo Lodi
Ma dai, di cosa vi stupite? Realpolitik, realpolitik. Meloni era una preferenzialista storica: dar voce agli underdog come lei, una testa, una scelta, un nome, un voto. Poi, sai com’è. Diventi presidente del Consiglio, capo del partito-guida, leader carismatica e devi far quagliare la voliera di comando. Dunque, circa le preferenze: ti vien voglia d’accogliere la proposta di Pd & company, libera scrittura su libera scheda. Ma se Tajani e Salvini avanzano minacce di siluro, allora ci pensi. Ripensi. Depensi. Depensi significa: derubrichi a moto dell’animo il desiderio d’introdurre preferenze vere anziché farlocche (capolista bloccato, tre nomi da scegliere su sei indicati). In tal modo salvi maggioranza, esecutivo, legislatura d’ultimo periodo. E con una prestidigitazione dialettica /dermagogica d’alta scuola (Cleone di Atene un dilettante, al confronto) puoi perfino dichiarare che le preferenze le hai introdotte tu, mentre gli altri no, nei trentacinque anni passati.
Carta canta, sostieni. Però carta fragile. Ciascuno capisce lo smagato bluff. Tuttavia, bando ai moralismi: simili capriole riempiono l’antologia repubblicana, non stiamo a farne un tormentone di coerenza etica. Stiamo al pragmatismo: nessuno è diverso dagli altri, nella nostra democrazia propagandistica, tantomeno i nuovisti annunciatisi di volta in volta come spazzini del vecchiume. A proposito di vecchiume: ita erat, ita manet. Non si spaluda mai, la nazione-patria. Ogni unto del popolo comincia da incendiario, finisce da pompiere. Ci si aspetta la rivoluzione, beh verranno almeno le riforme, macché: alla fin e zero virgola. L’importante è tirarla in lungo (stabilità), tirarla a chiacchiere (retoricità), tirarla a caso (fortuità). In fondo siamo gente buona/semplice che ama scommesse, azzardo, ruote della fortuna e lotteria dei pacchi. Mica ci si strugge per un’acrobatica legge elettorale, visto l’amore verso l’astensione.
Entrando un cicino nel merito della querelle. 1) Segna, ehilà, un punto a suo favore il campo largo, protagonista d’un agguato scaltro alla maggioranza che ha rischiato d’implodere rendendo concreta la chance di chiusura del quinquennio e il ritorno alle urne in gennaio-febbraio. Dimostrazione che, se invece d’azzuffarsi su primarie e leadership, i centrosinistri si concentrassero sul modo d’insidiare gli avversari, disporremmo di un’opposizione/di un’alternativa ben diversi. 2) Segna, ehilà, solo un momentaneo colpo di freno la premier. Momentaneo perché la partita della legge elettorale mica è chiusa. Si gioca il secondo tempo fra un mese, alla Camera, voto segreto. E chissà se tutto filerà liscio o invece no. Giorgia potrebbe decidere domani il contrario di quanto ha deciso ieri. Affossare lo Stabilicum, tenersi il Rosatellum, stringere i tempi per non dar tempo a Vannacci d’allargare il suo tempo. Tempo d’espansione consensuale. Tajani e Salvini capiranno. E se non capiranno, capirà qualcuno al loro posto. Nulla osta a ogni funambolismo, essendovi in palio nel giro d’un paio d’anni sia Chigi sia il Quirinale. Cerchio da chiudere. Circo idem. Anche se per ora resta aperto.
