LEGNANO – Il Pride di Legnano “arruola” Alberto da Giussano. E il centrodestra, nella fattispecie Fdi, storce il naso. Il primo evento del genere organizzato in città è in programma domenica 13 settembre, ma già suscita polemiche. Motivo: la scelta del logo (in alto, un dettaglio del manifesto ufficiale, sotto) che riprende il monumento simbolo di Legnano (oltre che della Lega). Simbolo «naturalmente rivisitato per l’occasione con i colori della bandiera LGBT» come osserva oggi, venerdì 21 agosto, il capogruppo di Fratelli d’Italia in consiglio comunale Mario Almici, che parla di «scelta quantomeno discutibile. Ma c’è un particolare che mi incuriosisce ancora di più – incalza Almici –Gli organizzatori ci hanno spiegato che “la città è di tutti”. E allora, mi viene in mente una provocazione: che cosa ha impedito loro di portare il corteo fino al cuore della città, in piazza San Magno?».
La provocazione: «Perché non portare il corteo in piazza?»

Insomma, se provocazione dev’essere a tutti i costi, che lo sia fino in fondo. «Per dare visibilità al Pride – prosegue l’ex candidato sindaco del centrodestra alle recenti Amministrative – va bene sfruttare il Guerriero, il più noto simbolo della storia e dell’identità legnanese. Quando però si tratta di arrivare nella piazza principale, evidentemente tutta questa voglia di stare “nel cuore di Legnano” viene un po’ meno. Magari si saranno trovate motivazioni tecniche o di sicurezza. O magari, più probabilmente, si è preferito uno spazio più decentrato, dove la manifestazione possa svolgersi senza creare troppo “fastidio”»: la sede scelta sarà infatti il centro civico Pertini-Il Salice a Mazzafame, quasi sul bordo del tessuto urbano cittadino. Nello stesso luogo, lo scorso giugno, si era tenuto un pre-evento in cui è stato tra l’altro disegnato il manifesto per settembre.
«Ci piacerebbe saperlo da questa sinistra così brava negli equilibrismi pur di non scontentare nessuno. Chissà. Certo è curioso: per loro, il Pride in piazza San Magno non si può fare. Sia chiaro: anche per noi. E, dipendesse da noi – conclude Almici – non vorremmo vederlo nemmeno sotto il nostro Guerriero».
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