Con la scomparsa di Eligio Pontiggia, ultranovantenne libraio, se ne va un altro protagonista, uno degli ultimi, della Varese di un tempo nemmeno tanto lontano, eppure così diverso dai giorni che stiamo vivendo. Un modello di città che, come spiega Matteo Inzaghi in un suo coinvolgente ricordo di Pontiggia pubblicato su Facebook, aveva un’anima colta, partecipata, responsabile. La libreria di corso Moro era luogo di aggregazione e di cultura. La frequentavano personaggi e personalità, ma soprattutto studenti, cioè giovani. Chiedo scusa per la digressione personale, ma fu Pontiggia a suggerire, anzi, a caldeggiare a chi scrive la lettura di Sulla Strada di Jack Kerouc, il romanzo di una generazione di ragazzi e ragazze che inseguivano i loro sogni. Per non dire delle suggestioni di Cesare Pavese.
Dispensava consigli, Eligio Pontiggia, cogliendo all’istante che cosa avrebbe potuto interessare al suo interlocutore. Indirizzava alla lettura e, nella sua libreria vi trovavi di tutto, anche i titoli più insoliti, di autori poco conosciuti. Esiste oggi una tale, preziosa rarità di divulgazione culturale? Esisteva a Gallarate, in un altro luogo diventato famoso persino in America per la musica, perché vi acquistavi gli Lp più rari, prodotti da interpreti rock e country di mezzo mondo, Carù.
Accanto allo straordinario negozietto (ma è un vezzeggiativo) di piazza Garibaldi c’era la libreria, gestita dai genitori di Paolo Carù, musicologo senza molti paragoni. Ebbene, da Carù libri, potevi passarci una giornata, in una confusione di volumi soltanto in apparenza esposti alla rinfusa. Chiedevi e, magicamente, ti consegnavano ciò che mai ti saresti aspettato di recuperare in quell’assurdo, ricercato bailamme. Nel retrobottega (la definizione è riduttiva) erano conservati migliaia di volumi, dai classici agli scrittori di ultima generazione. Un altro luogo di cultura, un presidio dove comandavano i libri. A Varese Pontiggia, a Gallarate Carù, a Busto Arsizio Boragno, per rendere merito a un’altra storica libreria.
Riconosciamolo, la nostalgia di noi boomer è anacronistica, fuori dai dominanti modelli sociali e culturali, ma quell’idea di librerie aperte alle città e, quindi, alla gente, meglio, alle persone, aveva un senso tangibile, facilmente intuibile; un’idea che contribuiva alla crescita sociale, alla capacità di analisi, alla voglia di capire, affrancata dalla superficialità e dalla sciatteria. Non dobbiamo approfondire i perché e i percome del preoccupante, declinante contesto attuale per definire ciò che sta cambiando, ciò che è già cambiato sicuramente in peggio. Fino al punto che in tanti, come confermano le statistiche, non comprendono ciò che leggono, quando e se leggono.
Analfabetismo funzionale lo chiamano gli esperti: colpa dei social, colpa di input negativi che ci ammorbano tutti i giorni, colpa di un’informazione manipolata e sbrigativa, colpa di tutto quel che volete voi, ma l’aria è mefitica. Non c’è dubbio: quelle librerie e quei librai giocavano un ruolo decisivo sotto molti aspetti, al di là della loro cifra commerciale, avevano una missione precisa: anche se in modo inconsapevole erano un baluardo contro l’ignoranza e, lasciatecelo dire, contro la stupidità. Non che ignoranza e stupidità non siano mai esistite, ma alla loro esponenziale diffusione c’era modo di fare argine. Anche con i libri.
