di Massimo Lodi
Allora, che si fa? Non si fa. Si sta a vedere. Noi dell’Italia, intendiamo. Si sta a vedere come la catastrofe iraniana evolve. Dice lo spagnolo Sanchez: i grandi disastri dell’umanità cominciano così. Esagerato, seguirne l’orma significherebbe il muso a muso con l’America. Non sia mai. Dice il cardinale Parolin: le guerre preventive rischiano d’incendiare il mondo. Angosciante pure lui, fiancheggiarlo nella denunzia equivarrebbe a scontrarsi con la superpotenza d’Oltreoceano. E non sia mai neppure questo.
Meglio andar cauti, osservare, distanziarsi se serve dagli alleati, mica solo dai nemici. Avvicinarvisi -se servisse- più in là nel tempo, a entrambi. Ragion ragionevole vorrebbe che Roma scegliesse fra Usa e Ue, nell’immediato. Ovvero: siccome gli Usa decidono e contro-decidono senz’informare i partner d’Occidente, i partner d’Occidente sarebbero (sono) tenuti a comportarsi in modo analogo. E dunque: resta in piedi il patto atlantico, tuttavia tra eguali e non tra superiori e sottoposti. Perciò l’Europa rispetta il legame con l’America, ma prima ancora rispetta il vincolo con sé medesima. Sforzandosi di salire il gradino: da trascurata potenza a potenza ascoltata.
L’han compreso Macron, Merz, Starmer che difatti agiscono da E3 -Francia, Germania, Inghilterra- e ciascuno capisce cosa vuol dire l’acronimo, pur se formalmente Starmer è ancora in modalità Brexit. A loro ci si dovrebbe accodare, senza l’indugio in troppi/inconcludenti distinguo. Il nostro interesse, che si suppone risulti chiaro a Meloni, è d’allargare il gruppo trasformandolo in E4: la quarta nazione del Vecchio Continente che s’unisce alle tre più accreditate così da rappresentare un fronte d’insieme autorevole, reputato, temuto.
Temuto, un verbo da coniugare volentieri anziché di malavoglia. Quando lo adopera Macron, lasciando intendere che più forza hai e meno pericoli corri, esprime linguaggio da statista, piaccia o no la sua postura di Monsieur Grandeur. E idem allorché mette a disposizione dei sodali l’atomica di cui dispone: da sette dei ventisette Paesi è venuta tout de suite, al volo, l’adesione all’ombrello nucleare. Atteso il sì degli altri, iniziando dal nostro. Iniziando? Manco per sogno. L’Italia ha già risposto: non merci. No grazie. Che sbaglio. Un Moro, un Andreotti, un Craxi non l’avrebbero mai commesso.
Ma lo sbaglio maggiore è l’irresolutezza di fondo, il tenere il piede in due scarpe, la resistenza a rendersi autonomi invece che succubi nella risposta a una sventura apocalittica. Se determinata/energica, l’Ue avrebbe probabilità di salire al rango d’interlocutrice del tycoon piuttosto che di sua irrisa ancella. Ne potrebbe consigliare qualche mossa (almeno qualche) o forse basterebbe che ne sconsigliasse qualche altra (sempre almeno qualche). Tenuto anche conto, è il caso di dire, quanto costa in denari all’Ue, a tutti noi europei, la decisione uni-bi laterale dei bombardieri Trump/Netanyahu di rivoluzionare il Medio Oriente senz’avere un’idea su quale realistico scenario puntare a macerie (materiali e politiche) fumanti.
Se davvero l’Italia è il ponte fra America e Europa, beh, che un tal ponte si stagli dal nulla, venga lanciato, emerga nella sua misteriosa architettura perché finora non se n’è vista campata alcuna. Campata in aria, essa sì, appare la rappresentazione che della Repubblica danno, di giorno in giorno, molti dei suoi autorevoli eletti, di governo ma anche no. Protagonisti d’un dibattere sgangherato che fa cadere le braccia con frastuono simile a quello delle bombe. Un’Irandiddio.
