di Massimo Lodi
L’avversario di Salvini dentro la Lega, e il sodale di quanti nel centrodestra vogliono leadership ispirate a modelli alternativi agli odierni, è sceso in campo. Si chiama Luca Zaia, governatorissimo del Veneto, uomo dal 70 per cento dei consensi, riformista pragmatico, conservatore e progressista insieme. Interprete di valori antichi e d’un contemporaneismo che fila più veloce della politica.
Zaia sceglie un terreno fino a qualche tempo fa impensabile per inguaiare Salvini: la legge sul fine vita. Porta in Consiglio regionale il guanto di sfida e spacca gli alleati: Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia da una parte, la squadra presidenziale dall’altra. Lo sostiene una quota di leghisti e di zaiani: stanno con lui perché è lui, definibile come personalità-partito. Cioè: oltre steccati, consuetudini, regole. Al di là di questioni cattolico-laiche. Sopra ogni ragionamento che non sia accostabile al buonsenso razionale, alla pietà umana.

Perde d’un solo voto, Zaia, a causa d’una consigliera Pd astenutasi all’ultimo istante. Ma vince nella conta complessiva. Quorum fissato a 26 voti, ne riceve 25, il resto del blocco conservatore-tradizionalista 22. Il dado è tratto. Ecco (1) l’indipendenza di valutazione da affermare anche nella destra-destra incline alla compatta falange. Ecco (2) il segnale al Capitano: possibile/utile tenere insieme mondi trasversali, alzando il paraocchi; concreto/insidioso pensare a un capo d’alternativo Dna, se l’attuale scalchigna. Ecco (3) il colpo rivendicazionista delle periferie verso il centro: dovevate risolvere voi -nella Roma immorale– la questione del fine vita, siamo stati costretti a provarci noi, nel Nord-Est virtuoso. Ecco (4) il potenziale anti-Vannacci in vista delle elezioni europee: Vannacci, tipo col quale Zaia ha nulla, ma proprio nulla, in comune. Non vorremo mica mettere le insegne di doge con le stellette generalizie.
E dunque Salvini dovrà vedersela con l’amico-rivale. Tanto per cominciare: o il segretario va sino in fondo sull’autonomia differenziata in cambio del premierato caro alla Meloni o smarrirà pezzi importanti (che pezzi e quanto importanti) da qui alla scadenza-chiave di giugno. Idem a proposito del terzo mandato degli amministratori locali, governatori compresi: qualora venisse negato -e sarebbe una sciocchezza: perché mandare a casa gli efficienti sul territorio, quando non si mandano a casa gl’inefficienti in Parlamento?- potrebbe nascere un movimento che ha in nuce la possibilità di farsi partito. Non va dimenticata la dimensione-monstre dell’astensionismo: se i renitenti alle urne trovano chi ne scuote la sfiducia, la fiducia in sé stesso del centrodestra rischia d’affondare. Nella laguna, naturalmente.
