Macron bella copia dell’ex Renzi

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Emmanuel Macron

di Massimo Lodi

Gli davano dell’ottuso e del finito. Invece la memorabile fesseria s’è rivelata un azzardo vincente. Azzardo, poi, è definizione tutta da verificare. Potrebbe essere tradotta come intuito politico. Risultato: Emmanuel Macron stravolge il pronostico, ricaccia l’onda d’ultranazionalismo, conserva la Francia nel perimetro liberaldemocratico. Quasi quasi, un capolavoro. O forse sì, di sicuro. Come s’affannano ora a sentenziare commentatori che avevano usato definizioni opposte.

Ovvio che sarà difficile dare un governo al Paese. Tre blocchi distinti, la centralità presidenziale, una destra estrema, una sinistra idem. Però divisa. E difatti lì pescherà Macron per trovare i numeri utili a costruire una maggioranza. Servirà la romanizzazione di Parigi. Cioè: l’export della nostra machiavellica duttilità. Siamo bravi a cavarcela in situazioni come questa e talvolta abbiamo fatto del vizio una virtù. Come quando a Chigi s’insediarono Ciampi, Monti, Draghi. Messi lì dall’emergenza, fecero ciò che i politici presunti veri non avevano saputo fare nella normalità.

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Massimo Lodi

Del resto Macron, prima di diventare Macron, andava a scuola da Renzi. Dal Renzi migliore, quello che sbarcò Bersani dalla leadership del Pd, divenne presidente del Consiglio, prese più del 40 per cento alle Europee, ebbe l’ardire di proporre una riforma costituzionale. Approvata da Camera e Senato, fu bocciata dal referendum a causa del voltafaccia di Berlusconi, irritato perché al Quirinale Renzi aveva preferito Mattarella ad Amato. Macron ammirava quel genio fiorentino e gli rubò molte idee, che Oltralpe attecchirono. Il liberalriformismo che avremmo voluto noi, l’ebbero loro. Seguirono alti e bassi, tanti bassi negli ultimi tempi. Però al momento topico Macron ha calato la carta giusta. I francesi si sono mobilitati (mai così tanti alle urne dall’81), l’insidia di consegnarsi al lepenismo è stata allontanata, la democrazia ha offerto dimostrazione di vitalità. Altro che disonore, come da commento dello sconfittissimo Bardella.

È il trionfo d’un centrismo abile sino alla spregiudicatezza, e che però tutela/salva i pilastri del vivere comunitario. L’ipotesi più probabile è un’intesa tipo Ursula a Bruxelles: tutti dentro tranne le estreme. Il Fronte Popolare si spaccherà, il riformista Glucksmann sembra pronto a salutare l’oltranzista Mélenchon. I Verdi gli andranno dietro. Si profila una sorta d’esecutivo tecnico-politico, che come si vede non è sempre il peggiore dei mali. A volte è il migliore dei beni.

La ricaduta del verdetto transalpino sull’Italia meloniana pare suggerire un definitivo spostamento della premier nell’alveo conservatore (la stella Le Pen volge al tramonto: perde sempre); il suo accondiscendere al rinnovo della Von der Leyen al vertice della Commissione Ue; lo spingersi di Salvini verso i Patrioti di Orbàn, con relativo bagaglio/capestro di simpatie putiniane; il consolidarsi dell’idea-Schlein di ridar vita a un campo largo da chiamare diversamente e che però comprenda, a egemonia Pd, l’intero blocco anti-destra; la rassegnazione di Conte a un ruolo di utile gregario, non certo d’insostituibile federatore. Insomma, dalla confusione francese trarremo chiarezza anche da Ventimiglia in giù. Ci mancano un Mbappé e un Thuram capipopolo, dovendoci contentare di Donnarumma e Zaccagni. Ma proveremo lo stesso a giocarcela, la prossima partita che conta.

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