Mafia, l’inchiesta di Giletti scuote Busto. E FdI difende Max Rogora: «Basta fango»

BUSTO ARSIZIO – L’accostamento alla mafia scuote la città. Fa discutere il “blitz” giornalistico di Massimo Giletti che ha sbattuto in prima serata le infiltrazioni malavitose mostrate dall’inchiesta Hydra della Direzione Distrettuale Antimafia. E la domanda è: se ne parla meno perché il fenomeno è in ritirata o c’è una certa sottovalutazione? Riflette anche la politica: l’accusa di Giletti sulla mancata costituzione di parte civile nel processo contro il “sistema mafioso lombardo” è pesante, ma sarebbe stato un gesto simbolico, visto che l’inchiesta tocca la città ma non con la pervasività di altre indagini del passato. Intanto Fratelli d’Italia difende l’ex assessore Max Rogora, finito sotto i riflettori per la vecchia storia del taglio del nastro del bar Fermata36: «Mai una macchia penale o legale in 15 anni di impegno politico».

C’era una volta la consulta antimafia

Lascia strascichi in città il day after della puntata della trasmissione di RaiTre “Lo stato delle cose” di Massimo Giletti, che ha riacceso i riflettori sull’annoso tema del radicamento delle mafie sul territorio di Busto Arsizio. Sono le risultanze emerse nell’inchiesta Hydra, che peraltro vede coinvolti alcuni degli stessi protagonisti dell’inchiesta “Fire Off” del 2011 che portò alla decapitazione del gruppo mafioso attivo a Busto Arsizio guidato da Rosario Vizzini, uomo d’onore della famiglia gelese dei Rinzivillo, riconducibile al clan Madonia di Cosa Nostra. Ai tempi, dopo quell’operazione che fece molto clamore, in città gemmarono diverse iniziative di sensibilizzazione sul tema della legalità, dalle marce di Legalitalia organizzate dall’associazione antimafia Ammazzateci Tutti (nata nelle scuole superiori della città) all’organismo permanente per il monitoraggio della criminalità, la cosiddetta consulta antimafia insediata dall’allora sindaco Gigi Farioli e affiancata all’attività della commissione consiliare sicurezza e legalità.

Parte civile: perché no

Oggi il clima però è diverso. Hydra tocca anche Busto Arsizio con una serie di vicende sempre legate alla mafia gelese, ma la locale di ‘ndrangheta che domina il territorio tra il basso Varesotto e l’Altomilanese – lo descrivono i magistrati nelle inchieste – è quella di Legnano e Lonate Pozzolo. E forse è proprio questo il motivo che ha indotto l’amministrazione a non insinuarsi nel processo con la costituzione di parte civile. Lo hanno fatto invece i Comuni di Milano, Legnano e Varese, la Città Metropolitana di Milano e Regione Lombardia. E in queste ore a Palazzo Gilardoni, dopo l’accusa rivolta da Massimo Giletti, sono in corso verifiche per capire se si fosse presentata l’occasione concreta per compiere questo atto, politico e simbolico, di contrasto alla mafia nel processo in corso a Milano, che ha visto le prime condanne in abbreviato (per oltre 500 anni di carcere complessivi) emesse proprio settimana scorsa. Peraltro in città nessuno ha mai negato la presenza di infiltrazioni nel tessuto cittadino e anche la sensibilizzazione pubblica non viene meno, con iniziative come le marce della legalità o l’intitolazione bipartisan di un parco alla memoria di Emanuela Loi, agente di scorta vittima della strage di mafia che colpì il giudice Paolo Borsellino.

Max nell’occhio del ciclone

Nel frattempo un altro degli strascichi che ha lasciato il servizio di RaiTre riguarda il consigliere di Fratelli d’Italia Max Rogora, ex assessore alla sicurezza – mai indagato, è bene ribadirlo – finito davanti alle telecamere, e nell’occhio del ciclone, per aver tagliato il nastro di un locale (quasi cinque anni fa) che, a sua insaputa, era gestito dalla famiglia Nicastro, legata a Cosa Nostra. «Fango contro di me» denuncia Rogora, che medita un’ondata di querele nei confronti delle accuse diffamanti postate sui social dai soliti “leoni da tastiera” nelle ore successive alla messa in onda.

FdI sta con Rogora

A difendere a spada tratta dalle insinuazioni Max Rogora, interviene il capogruppo di Fratelli d’Italia Paolo Geminiani con parole chiare e nette: «La voglia – o forse il bisogno – di sfogarsi infangando il nome di un’altra persona sulla base di fatti inesistenti, non verificati e non verificabili perché non veri, dice molto più di chi accusa che di chi viene accusato – scrive Geminiani sui social – su Massimo Rogora, chiunque intervenga a sproposito dovrebbe riflettere seriamente, perché certe affermazioni meriterebbero e forse meriteranno una querela. Parliamo di una persona che, nei tanti anni di attività e di impegno politico, non ha mai riportato alcuna macchia dal punto di vista penale o legale, dimostrandosi sempre al di sopra e al di fuori di logiche mafiose o malavitose in genere. Finiamola che oggi tocca a lui, domani tocca a noi che il vicino di casa o il collega di lavoro ci accusa senza uno straccio di giustificativo».

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