Mafia nell’Alto Varesotto, nel processo Nerone chieste condanne per 78 anni

tribunale di varese

VARESE – Mafia nel nord della provincia, battute conclusive per il processo “Nerone” che vede alla sbarra 16 imputati accusati a vario titolo di estorsione, minacce, lesioni e spaccio con l’aggarvante del metodo mafioso. E oggi, mercoledì 18 marzo, il pubblico ministero della Dda di Milano Giovanni Tarzia, al termine di una requisitoria durata oltre due ore, ha chiesto per 12 degli imputati, condanne per un ammontare complessivo di 78 anni di carcere. Per uno degli imputati l’accusa ha chiesto l’assoluzione, per altri tre ha riconosciuto l’intervenuta prescrizione per i reati contestati.

La figura di Zio Pino

Il pubblico ministero Tarzia, che ha ricostruito l’indagine passo a passo parlando anche di testimoni reticenti tra i tanti ascoltati in aula, ha chiesto una condanna a 11 anni e 5 mesi, la richiesta più alta, per Giuseppe Torcasio, detto Zio Pino, legame di parentela con Vincenzo Torcasio, detto “u Niuru” già condannato nel 2017 per associazione a delinquere di stampo mafioso e “contiguo” alla cosca Giampà. Per l’accusa Torcasio è il vertice del presunto sodalizio. Le difese hanno invece contestato in particolare l’aggravante del metodo mafioso considerata “inesistente” e “non provata” dai legali degli imputati. Dopo un’udienza fiume durata l’intera giornata il tribunale ha rinviato il processo all’8 maggio per repliche e sentenza.

Le indagini

Le indagini erano partite nel 2017 da una serie di incendi registrati in zona. Auto date alle fiamme: roghi dolosi al di là di ogni ragionevole dubbio. Questo tipo di reati viene definito “sentinella” dalle Dda di tutta Italia. Sono spie di quella che potrebbe essere un’attività criminale ben più complessa. Sono stati i carabinieri del reparto operativo del comando provinciale di Varese ad intuire uno scenario più ramificato e a dare il via ad un’indagine complessa e ad alta tecnologia con intercettazioni telefoniche e ambientali a tappeto. Nelle fasi iniziali l’indagine è stata coordinata dalla procura di Varese e l’inchiesta è arrivata a coinvolgere anche alcuni esponenti della magistratura la cui posizione è stata in seguito archiviata dalla procura bresciana, competente in materia.

Lo spaccio

Sul fronte cocaina l’indagine ha ricostruito un business di “alto profilo” lontanissimo dallo spaccio nei boschi lasciato alla criminalità nordafricana. Un business che si consumava nei locali che si affacciano sul lago Maggiore e che vedeva tra i clienti italiani facoltosi.

Le estorsioni

Sul fronte estorsioni quella messa in piedi dall’organizzazione era una piccola “finanziaria locale” che prestava denaro salvo poi chiederne la restituzione con interessi da strozzino. Il “recupero crediti” avveniva con quel metodo mafioso che il pubblico ministero Cerreti ha contestato. Botte e minacce pesantissime ma anche «Avvalendosi della forza intimidatrice derivante dalla suggestione di un vincolo associativo e delle condizioni di assoggettamento ed omertà che ne derivano, in ragione della peculiarità delle richieste che esprimono tecniche collaudate tipiche del controllo del territorio». Le stesse “tecniche” venivano utilizzate, ad esempio, per farsi “sistemare” alcune pratiche edilizie. In quest’ambito era stato preso di mira un professionista “reo” di non avere evaso in maniera abbastanza celere la pratica edilizia relativa ad un cantiere riconducile a Torcasio. «Va ammazzato e basta», questo l’input per mettere “stress” al malcapitato geometra.

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