Viaggio in Mauritania (parte terza): Le train du désert, il rettile d’acciaio e ferro del Sahara

Verso il treno. Il treno è sempre il treno, ma quello del ferro a volte non passa. Prima di salire su questa belva d’acciaio, lunga quasi tre chilometri e tirata da tre locomotori a cherosene in testa al convoglio e spinta da un quarto in coda, siamo rimasti bloccati quasi due giorni a Choum, villaggio situato a nord della Mauritania, a pochi chilometri di distanza dal Sahara Occidentale e un tempo base del Fronte Polisario.

Il valore del merci

Qui in Mauritania, se parli del treno, capisci il valore, l’importanza e l’orgoglio di quello che ormai è un simbolo nazionale conosciuto nel mondo, perché per tutti è Il Treno. I mauritani, quando parlano di quei vagoni, davanti alla parola treno, antepongono sempre l’articolo determinativo e ti fanno capire che la “I” (o la “L”, parlano francese, Le Train) e la “T”, anche nella vulgata orale, sono maiuscole. Per noi è un mezzo di trasporto su cui vivere l’avventura di attraversare la notte e quasi un giorno intero nel deserto, per loro è ricchezza che si muove lenta e che, salvo problemi tecnici, non si ferma mai.

Ogni giorno, dall’immensa miniera di ferro di Zouérat, parte questo merci infinito e ogni vagone è carico di minerale di ferro diretto al porto di Nouadhibou, dove ci sono navi cargo da riempire e far partire. E ogni giorno questo serpentone torna al Nord, dopo aver assolto il proprio dovere, per un altro carico.

Su quei vagoni, oltre al minerale di ferro, viaggiano i mauritani e i turisti occidentali. Tutti allo scoperto. Non c’è biglietto da staccare, non c’è controllore e non ci sono posti a sedere. O per lo meno, noi non li abbiamo visti. Il nostro vagone-container era ben lontano dalla testa del biscione d’acciaio e altrettanto dalla coda. Semplicemente, quando il Treno si ferma, si salgono le scalette e ci si accomoda (il comfort lo lasciamo alla fantasia di chi ci legge) su una montagna di minerale di ferro polverizzato o ancora aggregato in forma di sassi.

Il Treno

Il nostro viaggio in treno inizia dopo due giorni trascorsi tra noia, lettura di libri e partite del Mondiale (i mauritani hanno pessimi smartphone, ma connessioni wi-fi affidabili) viste su piccoli schermi. Qui si tifa Marocco e Argentina. Se in campo c’è la Francia non c’è risentimento coloniale, anche perché Ousmane Dembélé ha origini mauritane. Insomma, è uno di casa. Un paio d’ore prima dell’arrivo del treno, bussano alla porta della nostra camera e ci dicono che il momento è arrivato.

A portarci ai binari è il gestore delle camere dove abbiamo pernottato e sta alla guida di una vecchissima Mercedes. Affidabilità teutonica. Fari spenti e cristallo anteriore scheggiato, con crepe che formano una ragnatela. Solo lui, l’autista, sa come fa a vedere mentre guida. Quasi a passo d’uomo, attraversiamo l’ormai dormiente Choum. È come se ci avvicinassimo al treno in punta di piedi, per non far rumore. Non sappiamo se questo sia un rito per rendere ancora più avventuroso il viaggio o se davvero la salita sul merci sia cosa da fare con discrezione perché vietata, anche se tacitamente accettata, dalle autorità locali. Capiamo solo una cosa di quanto ci dice il mauritano che ci ha condotto al treno e ci passa gli zaini una volta saliti sul vagone: «Niente luci, niente torce accese. Da qui in poi, se qualcuno vi fa domande, io non vi ho mai conosciuto né portato qui. Se vi fanno scendere, tornate all’Auberge. Domani ci riproviamo». Inshallah!

Si parte

I pochi minuti che Il Treno resta fermo a Choum sembrano infiniti. Ma nessuno ci fa scendere. All’improvviso uno strappo pazzesco e un forte rumore di ferraglia vibrano nell’aria. Il nostro vagone sembra tamponare quello che lo precede, poi la distanza torna normale e la bestia, lenta, indolente, ma ostinata, si muove. Ci siamo: sotto di noi il prodotto di chi fatica ogni giorno nell’immensa miniera di Zouérat, sopra di noi il cielo stellato. Un firmamento immacolato dall’inquinamento luminoso, una stellata che fa pensare alle cose più belle e riporta alla dimensione reale dell’essere umano, non più grande dei confini corporei. Quella grandezza bugiarda che l’illusione occidentale alimenta e amplifica a dismisura non c’è più. Cioè, il deserto che ci circonda e il cielo stellato che ci sovrasta ci restituiscono l’esatta misura: ci si sente un puntino nell’universo.

La notte vola via tra un cielo dove le stelle cadenti tracciano la loro insondabile traiettoria e un deserto che non vedi, se non in ombra, ma percepisci. Si dorme, poco e male, e si vivono le emozioni davanti a un’alba mozzafiato. Il viaggio è ancora lungo e si possono fare solo tre cose: ascoltare il vento, sentire la sabbia che ti arriva addosso e pensare. Sfioriamo ridotti agglomerati di baracche, chissà se abitate, salutiamo i pochi e coraggiosi pastori che il deserto lo camminano. Per noi uomini complessi diventa complicato immaginare la loro vita, nuda e semplice. Troppo dura e troppo semplice.

L’arrivo

La fine del viaggio in treno l’afferriamo al volo quando, ai bordi del binario, vediamo un folto gruppo di tassisti con le loro auto verdi in attesa. I “viaggiatori” non possono arrivare fino al porto, che è off limits, e, infatti, il convoglio si ferma, in mezzo al nulla, a una decina di chilometri dalla città. Una fermata non segnata sulla rotta, ma tacita. Si scende in fretta e insieme a noi si materializzano una trentina di viaggiatori mauritani che stavano su altri vagoni e che mai, durante il viaggio, abbiamo intravisto. Il “nostro” tassista – prenotato al volo e con il treno ancora in movimento – gesticola all’impazzata per metterci ancor più fretta. Ci fa capire che possono arrivare le guardie da un momento all’altro e che è bene evitare quell’incontro.

Saliamo sul taxi e arriviamo a Nouadhibou. C’è poco da vedere nella città portuale. Ma c’è tanto da capire su dove sta andando l’Africa. Per la prima volta incontriamo volti occidentali e, tanti, orientali. Uomini d’affari venuti dall’Impero Celeste, perché la Cina, a fronte di un’Europa che sulla questione sonnecchia, è già qui, in Mauritania, come in tutta l’Africa.

Il video reportage – parte terza

fine parte terza

Playlist del viaggio

I video qui pubblicati li potete anche vedere abbassando il volume di voiceover e musica e mettendo in loop la playlist che trovate qui sotto per viaggiare senza muovere un passo.

  1. Rotolando verso Sud – Negrita
  2. Out of time man – Mano Negra
  3. Peligro – Mano Negra
  4. Sous le soleil de Bodega – Les Négresses Vertes
  5. Skaravan petrol – Casino Royale
  6. Face à La Mer – Les Negrésses Vertes
  7. Corto Maltese – Mau Mau
  8. Finisterre – Mau Mau
  9. El Sur – Mano Negra
  10. El Viento – Manu Chao

Il video reportage – parte prima

Il video reportage – parte seconda

mauritania train desert treno – MALPENSA24
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