Non possiamo esimerci dal parlare di calcio (in Italia, si sa, siamo tutti commissari tecnici) dopo lo scudetto conquistato dal Napoli: una città in visibilio per un successo atteso, sperato, cercato. Qualcuno ha commentato: i più bravi hanno battuto i più forti. Ci sembra la sintesi perfetta della gara durata un campionato tra la squadra partenopea di Conte e De Laurentis e l’Inter di Marotta e Inzaghi, sinora rimasta a bocca asciutta avendo nei progammi addirittura il famoso triplete. Evidentemente non sono più i tempi del grande e istrionico Mourinho e di capitan Zanetti: per essere anche bravi ai nerazzurri manca qualcosa. Un pizzico di fortuna? Sì, certo, ma non basta. Lo troveranno, quel “qualcosa”, a Monaco di Baviera nella finalissima di Champions league? Sotto il Vesuvio la chiamano “cazzimma”, cioè la determinazione, meglio ancora, la cattiveria per raggiungere un risultato. Vedremo.
Nel frattempo Napoli, i napoletani e i tifosi dei colori azzurri sparsi per la Penisola, gongolano. E fanno festa a suon di mortaretti, fuochi d’artificio, triccheballacche e quant’altro serve per far casino. E’ nella loro indole: la notte prima della partita decisiva hanno impedito di dormire ai giocatori della compagine avversaria, il Cagliari, facendo sfilare davanti all’albergo quattrocento (400) motorini a tutto gas. Incommensurabili!
Sarà anche per questi eccessi fuori dai campi di gioco che Il Foglio di Claudio Cerasa scrive che il campionato italiano è il più bello del mondo. Cita addirittura il New York Times che lo incorona tale “nonostante i suoi difetti”. Che sono tanti, a cominciare da una nazionale che, negli ultimi anni, ha tradito la sua storia e, ancora, che all’orizzonte non si intravedono talenti tali da competere con la generazione dei Lamine Yamal; di più, per le numerose società indebitate. Tutto ciò contrapposto ai modelli calcistici di squadre come il Como, l’Empoli o l’Atalanta. E il Milan? E la Juventus? Per il momento in sala d’attesa, ma state certi che rispunteranno fuori, non foss’altro per onorare un passato “onusto di gloria” a dispetto di qualche brocco che oggi veste la loro maglia. Molto dipende dalle dirigenze, dai soldi che sono disposti a spendere, da un mecenatismo calcistico che guarda all’estero, ai fondi americani, agli arabi, ai cinesi, che ha perduto la passione di autoctoni presidenti pronti a investire milionate nel calcio.
Non ci sono più gli Agnelli, i Berlusconi, i Moratti. Da tempo non ci sono più neanche i Borghi, che fecero grande il Varese, fino alla serie A. Con il Varese lo sport pedatorio di una provincia che ora naviga nei sottoscala calcistici, nonostante l’impegno di chi, con le risorse limitate, ha cercato e cerca di tenere in piedi la baracca. Un esempio? La Pro Patria, uscita dalla serie professionistica per mancanza di… fondi. Un peccato. Per la Pro Patria e per l’Inter. Nella speranza che ritroveranno presto, la Pro Patria investitori per aiutarla a risorgere; l’Inter, che gli investitori ce li ha già, la citata “cazzimma”, una cifra che, a Napoli, quest’anno ha fatto miracoli. Meglio di San Gennaro.
