Meloni a Rimini: il mattone della captatio

meloni meeting rimini
L'intervento di Giorgia Meloni al meeting di Rimini

di Massimo Lodi

Nei luoghi deserti costruiremo con mattoni nuovi? Non luoghi brulli, non mattoni sconosciuti. La Meloni a Rimini benissimo interpreta il titolo del Meeting, quasi che l’abbia scritto lei, tanto lo svolgimento tematico fila, incuriosisce, chiama/riceve applausi. Il feeling è perfetto, annunciato con l’acclamazione iniziale, ribadito nel discorso ove nulla devìa dal pensare degli ospitanti, riassunto nell’epilogo: ciascuno faccia il suo, diamoci una mano, e allora saremo un Paese vero. Cioè: tradizionale, moderato, pragmatico, buonsensista. Ci aspettano luoghi deserti, li riempiremo di mattoni nuovi che vengono da luoghi abitati e si sovrappongono a laterizi antichi. Ecco la continuità d’un impegno moralmente sacro, prima d’ogni diversa definizione.

Il Manifesto di Rimini, magari un giorno lo ricorderemo così, spiega/sintetizza l’evoluzione della premier dal ’22 a oggi, un triennio a Chigi dove l’impeto rivoluzionario s’è volto in passione istituzionale, amministratrice, nazionalista il giusto e internazionalista idem. C’era una volta la destra che si tinteggiava di centro, c’è oggi un centro che mantiene coloritura di destra. Però è soprattutto centro. Esclude idee, pulsioni, storicità radicali. Della sua parte politica e tanto più di quella avversa. La sinistra vien collocata in una periferia neppur degna di sguardo, tanto appare lontana dal vissuto reale.

E il vissuto reale è un conservatorismo illuminato da visionaria statista, talmente certa del suo teorema da andare a braccio (chapeau) lì, sul memorabile podio. Giorgia punta a persuadere della normalizzazione di sé, del partito che guida, della sua alleanza. Normalizzazione ovvero farsi capire dai renitenti di zucca, convincere sul credibile disegno d’un orizzonte ampio, porsi come la punta avanzata del rinnovamento che va al pratico, alle necessità profonde/popolari di gente stufa di élites distanti dalla sensibilità comune. Non lo dice, la presidente del Consiglio, ma lascia trapelare che qui, nell’Italia a suo avviso non più Italietta, va maturando una leadership di nazione in grado d’imporsi al resto dell’Europa. Giusto la irrilevante Europa citata da Draghi, di cui la Draghetta spende l’elogio.

Sembra (1) un passo verso l’accostamento al Ppe, e quindi l’integrazione, e alla fine l’amalgama nel segno di un’ala conservatrice capace di condizionare dall’interno le future scelte del partitone cattolico di Strasburgo-Bruxelles. Sembra (2) un passo verso il distanziamento del partner che già sta nel Ppe, ovvero Forza Italia, al quale forse non riuscirà difficile sottrarre consenso elettorale, dando freschezza interpretativa a princìpi di sempre più scialba affermazione. Sembra (3) un passo verso il respingimento degli agguati salviniani, un liberismo parolaio -causa d’imbarazzi diplomatici, vedi il caso Macron- zittito/bruciato dall’annuncio del piano casa per giovani coppie, così da intestarsi l’iniziativa e tanti saluti. Sembra (4) un passo verso la campagna propagandistica delle regionali, urne che cominceranno ad aprirsi fra un mese, in un succedersi da spezzatino fra Marche, Toscana, Puglia, Campania, Veneto, Valle d’Aosta: l’obiettivo d’includere sul maggior numero delle questioni prevale sulla scelta di escludere su poche, pochissime. Sperando che in realtà siano esclusioni ideologiche utili ad affermare lo spirito empirico. Un segnale spesso evocatore di Liberazione da pregiudizi e Comunione di progetto: la scommessa è aperta. La captatio benevolentiae anche.

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