di Massimo Lodi
Meloni e Schlein da Vespa il 23 maggio, un’ora di confronto su Raiuno, a vantaggio di chi, a nocumento di chi? È convinta di recuperare consensi la sfidante, non teme di smarrirli dopo aver dominato nelle urne ‘22 la sfidata. Peseranno, risultando decisivi, tre elementi: carisma, teatralità, contenuti. Vediamo.
Elemento 1: carisma. Se la premier mostra miglior appeal della segretaria Pd, annulla il teorico svantaggio d’essere, in quanto presidente del Consiglio, bersaglio di qualunque critica, fondata o meno. E se la segretaria Pd difetta, come sinora, di presa popolare sul piano della comunicazione, un aggiuntivo punto va a pro della rivale. Prima del duello, cercando di volgerlo a suo beneficio, Schlein ha da ribaltare la condizione fragile in cui si trova nel partito, pur avendovi introdotto la discontinuità: le serve, da qui al momento topico, il dichiarato sostegno che elimini le ruggini di corrente. Altrimenti sarà agevole all’interlocutrice infilzarla. Meloni ha gioco facile avendo personalizzato Fratelli d’Italia e financo il governo, Schlein gioco difficile causa il litigioso pluralismo interno ai Dem e al centrosinistra. Ne è testimonianza il competere, talvolta rovinoso, che la oppone a Conte.

Elemento 2: teatralità. Meloni quando sale sul palco o si presenta davanti alla telecamera offre una sorta di mutazione antropologico-spettacolare. Non si limita a dire quanto reputa giusto/opportuno. Recita una parte. E lo fa da attrice consumata, avendo vent’anni d’esperienza nella commedia politica, anche sulla ribalta istituzionale (fu vicepresidente della Camera nel 2006 e ministra di Berlusconi nel 2008). Ha imparato i tempi giusti della battuta, l’uso d’una mimica persuasiva, l’applicazione della psicologia da underdog in riscatto: fa del vittimismo riferito al passato la leva utile a un futuro radioso, se gli elettori le daranno retta. Il linguaggio semplice l’aiuta a eludere la complessità delle questioni in nome dell’unificante populismo. Schlein manca di spirito empatico, diffonde nebbia lessicale nell’andare al cuore dei problemi, privilegia il ragionamento complesso alla scelta di pochi, essenziali temi che fólgorino l’attenzione. Non recita una parte, a differenza della collega. Interpreta un ribellismo diffuso e tuttavia articolato, come si dice a sinistra, dunque difficile da sintetizzare/propagandare. È carente circa l’oratoria comiziante, da calibrare sulla capacità comprensiva dell’elettorato medio-basso, quello che ti fa vincere o perdere.
Elemento 3: contenuti. Meloni spinge sul mantra di “quelli che c’erano prima e han fatto disastri” per giustificare lo stallo di oggi e l’incertezza del domani. Non è in grado di mantenere le tante promesse della campagna elettorale e, anziché rivendicare i suoi meriti, sottolinea i difetti altrui. Il qualcosa che ha combinato, s’è risolto a frutto dell’area di riferimento ideologica e dunque è sulla fedeltà al profilo identitario della destra che lei insiste. Più che cercare voti fuori dal suo recinto, tiene a conservare i già conquistati. Punta sulla difesa. Schlein non può. Le tocca puntare sull’attacco. Obiettivo: conquistare voti un tempo del Pd e quindi finiti altrove, perciò da sottrarre innanzitutto all’alleato/rivale M5S. Poi all’universo variegato della sinistra ambientalista e radicale, con cui è preferibile amalgamarsi anziché danneggiarsi. Infine al campo largo, esso sì, dell’astensione, abitato da milioni di delusi. Un’impresa ciclopica, propedeutica alla quale è smorzare il dissenso riformista, affatto debole all’interno del Pd. Ne deriva, hic et nunc, un pallido profilo identitario: all’opposto di Giorgia detta Giorgia ci sta Elly detta cosa? Boh. Chiudendo, senza pretesa di vaticinio: sulla carta, Meloni favorita. Ma i pronostici sono spesso scritti sull’acqua.
