di Gian Franco Bottini
Con tutto il rispetto per gli altri sport, il campionato mondiale di calcio è sicuramente l’evento sportivo che più si avvicina alle Olimpiadi nel potersi collocare fra gli eventi più “pop” del pianeta. Sia chiaro che quanto detto non deve essere interpretato come un peana per un calcio che, in quanto sport, ha sempre meno che a vedere con i principi decoubertiani e sempre più è sguazzante, spesso in maniera stucchevolmente scellerata, nel procelloso mare del business. Una definizione, quella pop, certificata dal contemporaneo appassionato coinvolgimento di popolazioni lontanissime fra loro, non solo geograficamente ma ancor più storicamente, istituzionalmente, religiosamente, culturalmente.
Questa sua capacità di coinvolgere emotivamente nello stesso istante miliardi di persone, che vanno ben oltre che essere semplici appassionati di calcio, di generare canzoni, slogan, simboli, personaggi, folklore che entreranno nell’immaginario collettivo, ha fatto dire a qualcuno che per qualche settimana il campionato trasforma il mondo in una specie di villaggio globale. Un villaggio è una comunità che unisce e di per sè i campionati mondiali riescono, seppur a volte con grande difficoltà, a recitare questo ruolo, mettendo sullo stesso terreno di gioco squadre rappresentanti di nazioni al di fuori di qualsiasi possibilità di comparazione (escludendo quelle di ordine tecnico). Nazioni con poche decine di migliaia di abitanti (Curacao, Capo Verde, Panama e altri) che hanno l’opportunità di misurarsi alla pari con squadre rappresentative di Paesi di ben più elevate dimensioni, alimentando il loro spirito identitario e l’ orgoglio di appartenenza, evidenti nei tifosi presenti sugli spalti, ma trasferito anche nei loro stessi Paesi, come spesso i servizi televisivi ci rendono partecipi.
La presenza degli Usa contestuale a quella di Iran (belligeranti), Canada (minacciato di esproprio della propria sovranità), Danimarca (minacciata di esproprio della Groenlandia). Messico (da tempo conflittuale con gli Usa per problemi commerciali e migratori), sono forse i casi che più saltano all’occhio, viste le recenti minacciose esternazioni trumpiane. Senza ignorare altre conflittualità meno legate alla politica attuale ma più storiche e quindi più profonde e penetrate nella carne della grande massa di spettatori che, anche fisicamente, partecipano ai vari eventi sportivi.
Solo per ricordare le più eclatanti. Le vicende passate fra Francia e Algeria e quelle attuali e latenti fra Algeria e Marocco; le guerre iugoslave degli anni ‘90 del secolo scorso, che non sono certo state dimenticate dai popoli serbi e croati e neppure dai giovani calciatori, visto il sanguinoso coinvolgimento delle loro famiglie di allora. Tutti questi aspetti possono essere toccati con mano da noi stessi che, grazie a una più che apprezzabile copertura televisiva, possiamo essere partecipi di quanto avviene sugli spalti e in casa delle nazioni che hanno avuto la “fortuna” di poter essere fra le protagoniste di queste calde notti televisive italiane.
Pensiamo sia palese l’amara ironia di quest’ultima affermazione ma, pur non volendo minimamente rinfoltire il già nutrito gruppo degli “esperti” calciofili ( da video e da tastiera), ci permettiamo di trasferire una nostra personale e semplicistica impressione: che la nostra presunta “sfortuna” (nel non aver potuto essere della partita ) ci abbia evitato ulteriori brutte figure. Questo semplicemente apprezzando la “garra” messa in campo anche da squadre che, potenzialmente, sono considerate più neglette rispetto alla nostra . “Garra”: è un termine spagnolo, strausato, per darsi un contegno, dai nostri commentatori televisivi ,ai quali suggeriamo comunque di spiegarne il significato non solo ai telespettatori ma anche, ai nostri calciatori, trattandosi di null’altro che della nostra italianissima “grinta”, praticata sui campetti di oratoriana memoria ma che purtroppo è assente da qualche anno in chi veste la maglia azzurra.
I contenuti extra calcistici dei campionati, ci vengono confermati da più di un eminente personaggio politico(tedeschi in primis), che esultando o rammaricandosi per i risultati delle loro squadre ne sottolineano la loro rilevanza in termini non solo di immagine sportiva, ma altresì per il riverbero sugli aspetti economici, turistici e di dignità istituzionale dei Paesi stessi. Non abbiamo notizie su come la pensi in proposito la nostra politica. Neppure l’onnisciente Vannacci si è espresso , ma pensiamo che presto lo farà augurandoci che gli venga prima spiegato che il mondo del calcio, per certi versi, non è ancora “al contrario” e per vincere bisogna fare ancora i goal nella porta dell’avversario e non nella propria!
Sappiamo comunque che la nostra assenza a questi campionati è qualcosa che ha lasciato un segno non solo nell’ambito dei calciofili nostrani ma nell’opinione pubblica in generale e di questo ci dovremmo stupire se la politica elettoralistica se ne disinteressasse. Cosa che a quanto pare non stia comunque avvenendo, visto che in questa fase di ricostruzione “da kilometro zero” delle strutture di comando (Federazione calcio in primis) risultano molto attivi i partiti( la politica) e alcuni presidenti di società (il business).Ma questa non ci pare essere una buona notizia sull’inizio di un percorso che dovrebbe portare a darci appuntamento da qui a quattro anni.
