Nel Paese dei “so tutto io”

tortora garlasco giustizia
17 giugno 1983, l'arresto di Enzo Tortora

Chi ha visto lunedì sera, 16 febbraio, “La torre di Babele”, il programma di Corrado Augias su La7, avrà di sicuro collegato il tema della trasmissione, il clamoroso errore giudiziario di cui fu vittima Enzo Tortora e la miniserie Tv di Marco Bellocchio che lo ricorda, con le attuali vicende della Giustizia. Un nesso scontato alla luce di quanto accadde allora (era la prima metà degli anni Ottanta) e di ciò che provoca le polemiche e le pesanti divisioni politiche di questi giorni in vista del referendum costituzionale di marzo. Circostanze diverse, non c’è dubbio, ma con alcuni comuni denominatori: l’accendersi delle tifoserie e la gogna mediatica che, in quel caso come oggi, condizionano l’opinione pubblica. Con l’aggiunta dei social che, di questi tempi, alimentano il confronto e i giudizi, quasi mai obiettivi, spesso tranchant se non offensivi, rispetto ai fatti.

Oggi come quarant’anni fa si finisce per schierarsi sulla spinta “della pancia”, come si usa dire. L’arresto e poi il processo al famoso presentatore fu tra i primi eventi giudiziari, se non il primo per fragore pubblico, a formare squadre pro e contro, senza che si conoscessero i fatti né che si fosse nelle condizioni di conoscerli a fondo. Garantisti (pochi) e forcaioli (tanti) tennero la scena fino alla definitiva assoluzione di Tortora, che con le accuse addebitategli non aveva nulla da spartire. Anche la stampa, salvo alcune eccezioni (Vittorio Feltri, Enzo Biagi) gettò il mostro in prima pagina, senza ritegno. Enzo Tortora era colpevole, a prescindere.

Un po’ quello che succede ora con l’omicidio di Chiara Poggi, a Garlasco. Quasi vent’anni dopo quel brutale delitto siamo ancora qui a discuterne. E a prendere posizione contro o a favore di Alberto Stasi, contro o a favore di Andrea Sempio, il primo condannato in via definitiva, il secondo indagato. Non intendiamo generalizzare, ma ciascuno di noi ha la propria tesi, è convinto di sapere tutto, magari senza porsi dubbi o, quanto meno, cercare di capire. I social testimoniano la situazione, anzi la complicano in scia ai media che si sono buttati a capofitto sull’uccisione della povera Chiara. Soltanto un segno dei tempi?

Le “curve” sono in campo e tengono banco. Esattamente quanto succede su un altro versante per quanto riguarda il referendum costituzionale sulla Giustizia, materia scarsamente accessibile ai più ma fonte di uno scontro tra i sostenitori del “sì” e del “no” che esclude il civile dialogo e favorisce la rissa. Anche i cittadini elettori finiscono per prendere posizione a seconda di simpatie e appartenenze, affrancati da una serena analisi del merito, oggetto della consultazione referendaria. Insomma, tifoserie. Come è abitudine nel nostro Paese per le più svariate questioni. (A proposito, sarà vero che la separazione delle carriere dei magistrati eviterà svarioni giudiziari come per Tortora e indagini raffazzonate come a Garlasco?)

Vogliamo infine parlare delle esagerate polemiche per l’errore arbitrale nella partita fra Inter e Juventus? Certo, siamo in un ambito sportivo, dove il tifo trova legittimazione, ma il problema è sempre lo stesso, non si discute, si litiga. Così che il quadro di riferimento generale non deponga mai per un normale, civile, approfondito confronto sulle cose e sugli avvenimenti, piuttosto viri verso la sciatteria, la supponenza, il “so tutto io” anche se non si sa niente.

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