Aprire un bar a Novara: otto anni per la stazione, al Castello è ancora rebus

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Taglio del nastro al rinnovato bar della Stazione Ferroviaria di Novara

NOVARA – C’è un filo invisibile che unisce due dei luoghi simbolo di Novara: la stazione ferroviaria e il Castello Visconteo-Sforzesco.

È il filo della pazienza, della burocrazia e di un mercato che, all’ombra della Cupola di San Gaudenzio, sembra rendere l’apertura di un locale di somministrazione, pure se in luoghi di grande afflusso,  un’impresa destinata a tempi biblici.

A Novara, insomma, investire nella ristorazione pubblica è diventato un problema.

Se da un lato piazza Garibaldi festeggia finalmente la fine di un lunghissimo calvario, dall’altro il Castello continua a collezionare bandi deserti e speranze rinviate.

Il miracolo di Piazza Garibaldi: un gioiello dopo 8 anni di buio

Partiamo dalle buone notizie, che però portano con sé il sapore di un’attesa infinita.

Da oggi i pendolari e i novaresi hanno di nuovo un punto di riferimento: ha aperto i battenti il “Capital Cafe Bar” all’interno dello scalo ferroviario. Un’inaugurazione solenne, ieri mattina, mercoledì 20 maggio alla presenza del governatore Alberto Cirio, del sindaco Alessandro Canelli e del prefetto Francesco Garsia. E da oggi porte aperte a tutti.

Il locale, gestito dall’imprenditore borgosesiano Giorgio Azzarà (affiancato dal fratello Giovanni), si presenta come una vera e propria «pietra preziosa» in una stazione completamente rinnovata da Rete Ferroviaria Italiana con un investimento da 10 milioni di euro (e altri cantieri strategici, come la nuova velostazione da 250 posti, sono in arrivo per il post-2026).

Tutto bellissimo, se non fosse per un dettaglio temporale che fa riflettere: sono passati ben otto anni dalla chiusura dell’ultimo bar.

Il cantiere della nuova gestione era partito nel 2022, ma tra i lavori a singhiozzo di Rfi e una giungla di «criticità amministrative», ci sono voluti quattro anni di stop-and-go solo per tagliare il nastro.

Se la stazione ha finalmente il suo «biglietto da visita»  lo si deve  alla tenacia leonina dei gestori.

Otto anni per un caffè, insomma, sono decisamente troppi.

Il rebus del Castello: costi alle stelle e bandi deserti

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I locali del Castello destinati alla ristorazione, ancora vuoti

Se la stazione ride dopo aver pianto a lungo, il Castello Visconteo continua a navigare nell’incertezza. Qui il bar-ristorante interno è diventato un vero e proprio fantasma. L’ultimo aggiornamento è emerso durante la commissione consiliare di ieri,  dove l’assessore Luca Piantanida ha dovuto fare il punto su una serie di bandi andati desolatamente deserti.

La cultura ha fame, ma non trova chi le dia da mangiare.

«Ogni hub culturale ha bisogno di un punto di convivio», ha ripetuto con amarezza Maurizia Rebola, presidente della Fondazione Castello. E allora perché nessuno vuole i locali nella corte appena ripavimentata? I motivi li ha fatti emergere l’opposizioni con i consiglieri Pd Nicola Fonzo e Sara Paladini: i costi sono schizzati alle stelle.

Negli ultimi mesi le dotazioni necessarie per avviare l’attività hanno subito un rincaro del 70%, mentre le materie prime alimentari sono cresciute del 30%. Chi aveva preventivato un investimento iniziale di 200 o 300 mila euro si è trovato davanti a un muro insormontabile e ha fatto marcia indietro.

Ora Palazzo Cabrino tenta la carta dell’affidamento diretto. Ci sarebbero due soggetti interessati, ma per convincerli il Comune dovrà abbassare le pretese, ripensando a una formula «più semplice e gestibile nel tempo».

Le prospettive: un’altra estate al palo

Mentre la consigliera Paladini ricorda che la ristorazione serve a «creare la piazza» e ad attrarre i turisti, la realtà stringe i tempi. La speranza della giunta è quella di chiudere la trattativa in autunno per arrivare a una fatidica apertura nella primavera del 2027 (leggi: entro le elezioni).

Nel frattempo, per gli eventi della prossima estate, il Castello dovrà chiedere “l’aiuto da casa”: il supporto esterno del Broletto.

E c’è chi comincia a sottolineare che forse il problema è il complessivo impoverimento del tessuto imprenditoriale novarese nel settore del commercio e della ristorazione. «Cone dimostrano – sottolinea la consigliera Paladini – le decine di vetrine vuote nel centro della città e non solo». «Ma ad una crisi straordinaria – conclude Paladini – non si può rispondere in modo ordinario».

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