NOVARA – La drammatica vertenza della Radici Chimica di Novara sbarca in Parlamento. Dopo il voto unanime del Consiglio comunale delle settimane scorse, a spingere per un intervento diretto dell’esecutivo è il deputato del Partito Democratico Federico Fornaro, piemontese eletto nel collegio di Novara, che ha depositato un’interrogazione a risposta scritta indirizzata al Ministero delle Imprese e del Made in Italy.
Al centro dello scontro c’è il piano di ridimensionamento drastico annunciato dal fondo americano Lone Star, nuovo proprietario dello stabilimento. In ballo c’è il taglio di 140 lavoratori su un totale di 287 dipendenti, un colpo pesantissimo per uno dei pilastri storici del comparto industriale novarese.
L’allarme: «A rischio la stabilità del territorio»
«La chiusura di impianti nevralgici rischia di compromettere non solo centinaia di famiglie, ma l’intero tessuto economico e sociale del territorio», sottolinea Fornaro, esponente dell’Ufficio di Presidenza del gruppo PD alla Camera. A preoccupare è anche il profilo anagrafico della forza lavoro coinvolta: «L’età media elevata del personale rende estremamente complessa ogni prospettiva di un futuro ricollocamento».
Il quadro politico e le tappe cruciali
La politica locale si è già mossa in maniera compatta: lo scorso 21 luglio l’aula del Municipio novarese ha approvato all’unanimità una mozione per sollecitare l’intervento coordinato di Regione e Ministero. Un segnale trasversale che ora il deputato dem chiede al Ministro Urso di raccogliere.
Il tempo, però, stringe. Il confronto tra vertici aziendali e organizzazioni sindacali — previsto dalle procedure della normativa anti-delocalizzazioni — riprenderà il 28 agosto. Entro il mese di settembre la proprietà sarà chiamata a presentare formalmente il nuovo piano industriale.
«Il Governo ha il dovere di far sentire la propria voce e monitorare con attenzione la trattativa», conclude Fornaro. «Servono iniziative concrete per salvaguardare la presenza produttiva ed evitare che il peso della crisi venga scaricato unicamente sulle spalle dei lavoratori».
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