Nuova legge elettorale ma per la democrazia

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di Gian Franco Bottini

Pare assodato che a breve, sicuramente prima delle prossime elezioni politiche per il rinnovo del Parlamento (2027), questo Governo possa proporre il rinnovo della legge elettorale. Un cambio delle regole del gioco poco prima che cominci la partita. Una operazione non nuova e che non dovrebbe suscitare grande scandalo fra i partiti, visto che negli ultimi decenni sono stati più d’uno i sistemi elettorali adottati in analoghe circostanze , su iniziative di parti politiche dei più disparati colori.

La principale motivazione addotta è sempre stata quella di garantire una continuità di governo, onde evitare quella situazione, che i lettori più datati ricorderanno, per la quale i nostri governi avevano durate misurabili in una manciata di mesi. Non si può negare però che l’obbiettivo sottostante è sempre apparso anche quello di provare ad avere delle regole “su misura”, che garantissero un percorso elettorale più agevole per la maggioranza in carica. Da qui le inevitabili reazioni, che sempre ne seguirono, generando alcune delle più folkloristiche classificazioni come “legge truffa”, “porcellum” , “rosatellum”.

Possiamo dire che in qualche modo, anche se non sempre con facilità, un miglioramento nella durata dei governi nel tempo si è raggiunto, mentre è curioso rilevare che per quanto riguarda il citato obbiettivo sottostante si deve rilevare che, al momento della sua prima applicazione, spesso il nuovo sistema elettorale ha penalizzato la parte politica proponente, uscita ”mazziata” dalle urne , per non essere riuscita ad ottenere il beneficio sperato. Una riflessione,questa, che consiglieremmo a “qualcuno”di fare anche in questa circostanza, perché potrebbe significare che gli elettori non accettino di buon grado questo che viene identificato come un ricorrente armeggio della politica politicante.

Per il lettore meno avvezzo al fraseggio della politica, chiariamo che l’aggettivo “politicante” è un termine , poco apprezzante, che abbastanza recentemente è entrato a far parte del nostro vocabolario, per individuare un’attività politica esercitata con opportunismo , spesso a discapito del bene comune.

Non ci pare nemmeno azzardato ipotizzare che l’operazione possa annoverarsi fra le motivazioni, non certo l’unica, che alimentando la latente disistima verso il comparto politico, possa sollecitare ulteriormente la franante partecipazione al voto dei cittadini, cosa che da tempo si verifica con il succedersi delle consultazioni elettorali ( recenti regionali comprese).

Obbiettivamente non si può comunque disconoscere che, con il mutare delle circostanze, l’opportunità di una nuova legge elettorale potrebbe trovare delle accettabili motivazioni (certamente contendibili, ma comunque ragionevoli ). Quello che infastidirebbe però sarebbe se tutto avvenisse in prossimità di una scadenza elettorale, cambiando le regole del gioco poco prima che la partita avesse inizio, mettendo i giocatori più importanti (gli elettori) nella situazione di non comprendere fino in fondo il significato del loro voto. Cosa del resto già successa. Ma questo, purtroppo, fa parte del solito gioco dei partiti che, puntando sulle poco approfondite conoscenze del sistema elettorale da parte degli elettori, mirano a ridurre l’attività degli stessi ad una semplice croce su un simbolo, delegando inconsapevolmente ai partiti stessi la scelta fra i candidati.

Ciò detto, vorremmo inoltre aggiungere che questo modo di procedere (che pare oramai diventata prassi indipendentemente da chi è al potere), ci è sempre parsa, e non da oggi, alquanto dissonante con qualche principio democratico del quale ci si riempie facilmente la bocca.

Che la parte politica al potere (con relativa maggioranza parlamentare) possa proporre e , in virtù dei suoi numeri, anche approvare con una legge ordinaria le nuove regole (che, come qualcuno nel passato disse,” siano utili per farsi più facilmente rieleggere”), ci pare stonato rispetto a tutti i principi di garanzia sulle pari opportunità nella partecipazione al governo della cosa pubblica e sul principio di alternanza; ambedue princìpi cardine della democrazia.

Sia chiaro che di tutte queste considerazioni non ne facciamo una questione attuale, ma unicamente delle riflessioni da passare a chi sta pensando ad una profonda revisione del sistema elettorale includente il “premierato”. Non è sufficiente che in un Paese si svolgano elezioni per poterlo definire democratico; occorre che esse siano reale strumento utilizzato per la maggior difesa dei valori che la democrazia deve garantire. Sono le discrasie su quest’ultimo concetto le ragioni per le quali la Russia viene definita, in scienza politica, “autocrazia votante” (come a dire “democrazia di facciata”) o Turchia ed Ungheria “democrazie illiberali”.

Anche il fatto che una legge così impattante sia definita ordinaria, quindi soggetta alle normali modalità di voto e maggioranza, può creare qualche perplessità, come in effetti le crea. Ci sono comunque due barriere che consentono di poter ridurre, se non eliminare le accuse a una “maggioranza che fa le regole per favorire se stessa”. La prima costituita dalla nostra Costituzione, alla quale va garantita la massima osservanza; la seconda legata al senso di responsabilità della politica nel tentare di costruire una maggioranza allargata quasi bipartizan; come in effetti nel passato, in qualche occasione, si è provato a fare.

Per il primo aspetto ci dovranno pensare i Giuristi ed il Presidente Mattarella; per il secondo ci dovranno pensare i politici, che dovranno cercare di non “perdere la faccia” dimostrando serietà e senso dello Stato democratico. Sarebbe un’ottima occasione per aiutarci a definire i reali profili delle varie aree politiche.

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