VARESE – «Hanno processato la vittima». E’ amaro il commento dell’avvocato Fabio Ambrosetti, parte civile nel processo che vede imputato in Corte d’Assise Marco Manfrinati, al termine dell’udienza di oggi, venerdì 17 luglio in tribunale a Varese. Il 6 maggio 2024 in via Menotti Manfrinati ha ridotto in fin di vita l’ex moglie Lavinia Limido uccidendo l’ex suocero Fabio Limido intervenuto per salvare la figlia.
Hanno messo sotto processo la vittima
Oggi in aula ha parlato la difesa che ha ridisegnato il contesto in cui omicidio e tentato omicidio sarebbero maturati. Non quello sostenuto dall’accusa con Lavinia in fuga per salvare se stessa e il figlio da un marito prima maltrattante, poi stalker e infine omicida. Ma un quadro nel quale Manfrinati è stato spinto alla disperazione e all’esasperazione da una strategia organizzata da Lavinia e dalla madre Marta Criscuolo al fine di farlo crollare per poter ottenere l’esclusiva custodia del figlio minore. Una strategia che avrebbe spinto l’ex avvocato 40enne sino al tracollo estremo con le drammatiche conseguenze registrate il 6 maggio. «La ricostruzione in fatto è stata quasi completamente un processo a Lavinia. Io mi domando se sia sempre veramente necessario fare i processi alle vittime o se sia un retaggio culturale che forse bisognerebbe abbandonare. Lavinia, secondo la difesa, avrebbe fatto tutto in maniera calunniosa nei confronti di un soggetto che non presentava nessuna caratteristica di pericolosità che alla fine è stato esasperato. Praticamente sarebbe stata Lavinia a portarlo a diventare un assassino. A me sembra francamente eccessiva questa ricostruzione».
Sentenza a settembre
E di certo il 25 settembre, giorno in cui è attesa la sentenza, ci saranno repliche da parte dell’avvocato di parte civile e probabilmente anche da parte della procura che per Manfrinati ha chiesto la condanna all’ergastolo contestando le aggravanti di premeditazione, stalking, crudeltà e minorata difesa.
