VARESE – Risarcimento a Stefano Binda, nuova udienza oggi, mercoledì 25 febbraio, davanti alla Corte d’Appello di Milano. E’ la terza volta. E oggi la Corte ha messo un punto fermo, davanti a tre posizioni nettamente contrapposte, ha acquisito gli atti del processo nella loro interezza. In quei faldoni si cercheranno gli elementi necessari a risolvere le discrepanze nella ricostruzione data dalle parti. L’avvocato Patrizia Esposito, legale di Binda, rivendica con forza il diritto del proprio assistito ad essere risarcito dallo Stato. Per contro, Procura Generale e Avvocatura dello Stato sostengono l’esatto contrario.
L’ingiusta detenzione
Stefano Binda, 58 anni, fu arrestato il 15 gennaio 2016 con l’accusa di aver accoltellato e ucciso nel1987 la studentessa varesina Lidia Macchi. Al termine di un lungo calvario giudiziario è stato dichiarato del tutto innocente in via definitiva dalla Corte di Cassazione. Questo dopo tre anni e mezzo di ingiusta detenzione.
Le posizioni contrapposte
Binda ha quindi chiesto un risarcimento di 300 mila euro circa per quella vita rubatagli da innocente accusato del più atroce dei reati. Risarcimento che in prima battuta gli viene accordato. La Procura Generale, che imputa a Binda responsabilità sostenendo che “con i suoi silenzi” avrebbe “contribuito all’errore sulla sua carcerazione” e che “la condotta mendace” negli interrogatori fu una “condotta fortemente equivoca”, ha impugnato la decisione una prima volta. Dichiarando, dunque, che non avesse diritto ad indennizzi. Binda, in realtà, aveva subito parlato per quasi 8 ore davanti al Pm dichiarandosi innocente e fornendo anche un alibi (poi confermato in dibattimento): mentre la povera Lidia veniva massacrata con 27 coltellate lui si trovava a Pragelato insieme ad altri ragazzi in una vacanzina organizzata da Comunione e Liberazione.
La terza volta
L’impugnazione era quindi arrivata all’attenzione della Massima Corte che aveva annullato con rinvio la prima sentenza. La seconda volta in Corte d’Appello Binda si era visto riconoscere un indennizzo pari a 202mila euro. Sentenza impugnata sempre dalla Procura Generale, questa volta affiancata anche dall’Avvocatura dello Stato, e dallo stesso Binda che non ritiene di aver avuto alcuna colpa, seppur lieve, nell’ingiusta detenzione subita. La Cassazione, per la seconda volta, ha annullato con rinvio con le motivazioni arrivate a fine agosto 2025. Oggi si ricomincia per la terza volta. L’udienza aggiornata al 2 luglio.
Omicidio Macchi, a Binda risarcimento di 200mila euro per ingiusta detenzione
