Varese, «L’arresto di Binda fu colpa sua». Nuovo stop al risarcimento: le motivazioni

Stefano Binda

VARESEStefano Binda avrebbe tenuto «comportamenti colposi, in particolare il rinvenimento a casa sua di numerose agende del 1987, con strappate le pagine del giorno dell’omicidio e del rinvenimento del cadavere; il foglio manoscritto con la frase “Stefano è un barbaro assassino” all’interno di un’agenda del 1986, di cui Binda non ha saputo dare alcuna plausibile spiegazione; le spiegazioni assai confuse e scarsamente comprensibili sul significato di un appunto alla pagina del 9 gennaio 1987 della agenda (“Caro Stefano, sei fregato!, Dovrebbero strapparti gli occhi o strapparteli con le tue mani per quello che hai visto…e l’hai visto tu”), con a fianco la foto di Lidia Macchi ritagliata da un giornale, di portata autoindiziante».

Le motivazioni della Cassazione

Comportamenti dei quali, secondo al Corte di Cassazione che ha stabilito un nuovo stop al risarcimento per ingiusta detenzione nei confronti del brebbiese arrestato nel gennaio 2016 con l’accusa di aver ucciso oltre 20 anni prima Lidia Macchi, venendo poi assolto definitivamente dopo quasi 4 anni di carcere, la Corte d’Appello di Milano non avrebbe tenuto conto nel riconoscere (due volte) un indennizzo a Binda.

Le impugnazioni

La decisione del terzo rinvio dopo l’impugnazione da parte della Procura Generale di Milano, dell’Avvocatura dello Stato, ma anche dello stesso Binda, assistito dall’avvocato Patrizia Esposito, risale allo scorso inverno. A fine agosto alle parti sono state notificate le motivazioni da parte della Massima Corte, in attesa che venga fissata nel frattempo la terza udienza davanti alla Corte d’Appello di Milano.

L’errore di Binda

Binda, seguendo il rigido tabellario previsto in casi di errori giudiziari, chiede un risarcimento che supera i 300mila euro. La Corte d’Appello di Milano si era già espressa una prima volta riconoscendone 303mila. La Procura Generale, che imputa a Binda responsabilità sostenendo che  “con i suoi silenzi” avrebbe “contribuito all’errore sulla sua carcerazione” e che “la condotta mendace” negli interrogatori fu una “condotta fortemente equivoca”, ha impugnato la decisione una prima volta. Dichiarando, dunque, che non avesse diritto ad indennizzi. Binda, in realtà, aveva subito parlato per quasi 8 ore davanti al Pm dichiarandosi innocente e fornendo anche un alibi (poi confermato in dibattimento): mentre la povera Lidia veniva massacrata con 27 coltellate lui si trovava a Pragelato insieme ad altri ragazzi in una vacanzina organizzata da Comunione e Liberazione.

L’impugnazione era quindi arrivata all’attenzione della Massima Corte che aveva annullato con rinvio la prima sentenza. La seconda volta in Corte d’Appello Binda si era visto riconoscere un indennizzo pari a 202mila euro. Sentenza impugnata sempre dalla Procura Generale, questa volta affiancata anche dall’Avvocatura dello Stato, e dallo stesso Binda che non ritiene di aver avuto alcuna colpa, seppur lieve, nell’ingiusta detenzione subita. La Cassazione, per la seconda volta, ha annullato con rinvio con le motivazioni arrivate a fine agosto. In attesa della fissazione della terza udienza – una data ancora non c’è – dall’arresto di Binda, intanto, tra pochi mesi saranno trascorsi dieci anni.

Risarcimento Binda, la Cassazione rinvia in Corte d’Appello. Per la terza volta

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