Omicidio Rogoredo, il Gip di Milano conferma il carcere per Cinturrino

Nella foto Carmelo Cinturrino, assistente Capo della Polizia di Stato e il pusher Mansouri Abderrahim

MILANO – Resta in cella l’assistente capo di polizia, Carmelo Cinturrino, accusato dell’omicidio volontario di Abderrahim Mansouri, ucciso il 26 gennaio scorso nel boschetto di Rogoredo. Il gip di Milano Domenico Santoro non ha convalidato il fermo, ma ha disposto la custodia cautelare in carcere.

Può uccidere ancora

Il giudice Santoro non ha convalidato il fermo per mancanza del pericolo di fuga, mentre ha disposto la misura della custodia cautelare in carcere per i gravi indizi di colpevolezza e ritenendo che Cinturrino possa uccidere ancora e inquinare le prove, come tentare di convincere i suoi colleghi a rendere una versione in linea con la sua. Gli agenti che si trovavano con lui nel boschetto di Rogoredo, sentiti dal pm come testimoni nell’immediatezza dei fatti, avevano fornito un racconto che confermava quello del assistente capo.

La messinscena della pistola finta

Riconvocati, ma come indagati, lo scorso 19 febbraio, hanno corretto il tiro fornendo particolari a riscontro delle indagini e confermando il sospetto della messinscena della pistola finta. Un replica di una Beretta che Cinturrino, è la ricostruzione, ha messo vicino al corpo di Mansouri dopo averlo ucciso e prima di chiamare i soccorsi – con un ritardo di 23 minuti – in modo da acclarare la tesi della legittima difesa.

Metodi intimidatori

Nell’ordinanza, il Gip ha evidenziato che Cinturrino non ha mostrato nessuno “spirito collaborativo” nell’interrogatorio di ieri, ma ha ammesso solo “aspetti che risultavano” già acclarati nelle indagini, come di aver “alterato la scena del delitto” mettendo la pistola finta, mentre per il resto ha reso dichiarazioni non credibili come su quel colpo esploso, a suo dire, con intento solo “intimidatorio”, perché spaventato. In più i suoi “metodi intimidatori” nelle operazioni, che lui ha negato, trovano “conferma” nelle testimonianze. 

Pericoloso anche per i colleghi

All’inizio dell’interrogatorio di ieri, fa notare il gip che ha accolto la richiesta di custodia in carcere, come richiesto dal procuratore Marcello Viola e dal pm Giovanni Tarzia nelle indagini della Squadra mobile della Polizia, Cinturrino aveva parlato di “intento collaborativo”. Un intento che, però, si legge, si è fermato all’ammissione sulla messinscena della pistola. Il 41enne, invece, ha “continuato a negare di aver toccato il corpo del Mansouri“, che invece sarebbe stato da lui girato per far credere che era stato colpito frontalmente e non quando era lievemente voltato “per darsi alla fuga”.

Ed è “ben difficile reputare“, aggiunge il giudice riferendosi alla versione del poliziotto, che quel colpo sia stato esploso “a titolo (meramente) intimidatorio, un colpo di pistola che, da distanza rilevante, attinga la vittima esattamente alla testa”. Le affermazioni dei colleghi, poi, “sui metodi adoperati nello svolgimento dell’attività d’ufficio trovano conferma in quelle rese dai frequentatori del bosco di Rogoredo“, che quei “metodi intimidatori” hanno descritto “in maniera anche dettagliata”.

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