di Andrea Minchella
Sembra preistoria quando Micheal Moore vinse l’Oscar nel 2003 per il drammatico documentario “Bowling a Columbine” e dal palco del Kodak Theatre tuonò contro l’allora Presidente degli Stati Uniti George W. Bush per la diffusione delle armi e quella voglia mai sopita di muovere guerra a qualsiasi paese non fosse “simpatico” all’America. Il cineasta non usò mezzi termini e disse che molti americani non erano d’accordo con l’amministrazione Bush, definito da Moore “fittizio”, che senza vere prove aveva attaccato l’Iraq figurandolo come presunto colpevole dell’attacco alle Torri Gemelle del 2001. Il discorso fu interrotto più volte da fischi e applausi. Moore non riuscì a terminare il suo intervento ma col tempo si capì che quelle accuse erano fondate e che la guerra in Iraq di Bush, architettata dal suo uomo ombra Dick Cheney, era solo un pretesto per poter giustificare un’epoca difficile in cui i diritti dei cittadini americani furono quasi “sospesi” per dare maggiore facilità all’America di rintracciare i “veri” colpevoli dell’attacco dell’11 Settembre.
Pensavamo di aver visto di tutto e che Moore, dentro la manifestazione culturale più influente del mondo, avesse criticato il peggio che la Casa Bianca fosse in grado di esprimere. Ma ci sbagliavamo. Oggi Trump, al suo secondo mandato, muove più guerre che un Presidente Americano abbia mai fatto. Trump, che non ama la cultura né tantomeno il cinema, sostiene che gran parte dell’industria cinematografica è “comunista” e falsa. Neanche durante il “maccartismo” un Presidente si era espresso con certi toni.
E Hollywood che fa? Cerca di sopravvivere ad una crisi mondiale del cinema, con le piattaforme televisive che diventano sempre più ricche e comprano le Majors rivoluzionando la diffusione delle grandi produzioni, e cerca di raccontare come meglio può un mondo, e un’America, che sembra entrata in una fase di crisi culturale e sociale senza precedenti.
Agli Oscar di quest’anno la qualità è tornata ad essere una caratteristica primaria per la scelta dei candidati. Abbandonata la stringente e assurda modalità di calcolare, quasi come in un algoritmo, la corretta percentuale di elementi razziali, religiosi e di genere per dar conto al più becero dei “politicamente corretto”, l’edizione di quest’anno tende anche a cristallizzare una sorta di “inclusione” di paesi europei e sud americani che riescono ad accedere alle categorie molto spesso riservate al solo appannaggio dell’America.
Se “Una Battaglia dopo l’Altra” di Paul Thomas Anderson sembra una vera e propria “congiura culturale” contro l’America affarista e militarizzata di Trump, “Bugonia”, del greco Yorgos Lanthimos, pare raccontarci con poetica ossessiva la deriva complottistica che la società contemporanea intraprende ogni volta che non capisce qualcosa ma ne pretende, sempre, una spiegazione chiara e, soprattutto, condivisibile dalla massa da cui è composta. Sempre tra i candidati come miglior film troviamo il gigantesco “Hamnet” che, prodotto da Spielberg, ci racconta, quasi ci sussurra, come le tragedie della vita a volte sono alla base di una rinascita, anche culturale, che può produrre opere magnifiche ed universali.
La sorpresa di quest’anno è certamente la pellicola di Ryan Coogler “I Peccatori” che ottiene 16 candidature, diventando il film più candidato nella storia dell’Academy. Il suo resoconto surreale della posizione perennemente subalterna dei neri d’America rinfresca e rielabora con intelligenza un pezzo di Storia che ancora oggi produce i suoi peggiori effetti collaterali. Inspiegabile la candidatura come miglior film di “F1” sul mondo delle corse della Formula 1, ma certamente, immagino, anche i veri uomini, tutti donne e motori, devono essere rappresentati in questa novantottesima cerimonia degli Oscar. L’Europa partecipa con un numero elevato di candidature con il potente “Sentimental Value” che diventa anima e cuore della serata delle premiazioni che si terrà la notte tra il 15 e il 16 marzo. Il film di Joachim Trier, che ha ottenuto ben 9 nominations (è contemporaneamente candidato come miglior film e miglior film straniero), dà speranza a tutti quelli che cercano ancora una carezza dal proprio genitore.
“Frankenstein” e “Marty Supreme” sembrano più una battaglia tra i suoi due giovani protagonisti che altro. Jacob Elordi, da una parte, e Timothée Chalamet, dall’altra, sono i due veri fuoriclasse di due pellicole che, probabilmente, presto dimenticheremo. Il poetico e silenzioso “Train Dreams” oltre la candidatura come miglior film non ottiene il giusto riconoscimento che dovrebbe essere dato ad un’opera che ci racconta qualcosa di più sulla natura “selvaggia” dell’America di oggi.
Il brasiliano “L’Agente Segreto”, infine, cerca di testimoniare con intelligenza e bravura un’America del Sud che non vuole essere considerata come la sorella minore dell’America ricca, prepotente e sfruttatrice.
Chissà se qualcuno, come avvenne ventitre anni fa, tra autori, registi, attori o produttori riuscirà ad usare quel palco per gridare a gran voce che l’America di oggi, forse, sta attraversando un periodo di megalomania assoluta che con il tempo può mettere in crisi il mondo intero. Non ci resta che aspettare.
