Palla a Zelensky e all’Europa

pellerin trump putin
Volodymyr Zelensky, dopo il vertice di Ferragosto Trump-Putin ora tocca a lui

di Ivanoe Pellerin

Cari amici vicini e lontani, dall’incontro Trump – Putin tutti ma proprio tutti si aspettavano fuochi artificiali o almeno un grosso incendio o fiamme ardenti dall’Alaska e poi hanno dovuto accontentarsi solo di una brace o poco più. I giornali del mondo occidentale il giorno dopo Ferragosto erano tutti a senso unico, oltremodo negativi. Il Financial Time: “Trionfo di Putin”; il Gardian: “Vittoria di immagine di Putin”; Le Figaro: “Ritorno spettacolare di Putin sulla scena internazionale”; il Bild-Zeitung: “Nessun cessate il fuoco, solo vaghi accenni a …”; The Times: “Vertice molto deludente”; El Pais: “Trump non ottiene il cessate il fuoco. Putin esce dall’isolamento”; il Corriere della Sera: “Trump-Putin, l’intesa non c’è”.

Non sono d’accordo e vi propongo le mie ragioni. Intanto vorrei domandare a tutti questi ineffabili politologi di queste importanti testate, ma che cosa vi aspettavate? Pensavate forse che il 15 agosto Trump e Putin si sarebbero incontrati, si sarebbero stretti la mano e da quel momento si sarebbe conclusa la guerra al centro dell’Europa? Gli avvenimenti della storia non si realizzano mai come molti si aspetterebbero o vorrebbero. Per ricordare, anche a Yalta le faccende sono andate in modo diverso dalle previsioni. Roosevelt era molto malato ed ha preso per buono quello che Stalin aveva assicurato, la pace in Europa salvo poi imporre la dittatura comunista alle nazioni in tutto l’est europeo. Ed anche Churchill, il vero vincitore della Seconda guerra mondiale, che temeva proprio le ambizioni di Stalin, non riuscì ad evitare un “accordo” che avrebbe messo in difficoltà nel futuro tutto l’Occidente.

L’arrivo in contemporanea dei due aerei, il tappeto rosso, la stretta di mano, la conferenza stampa nella quale non hanno risposto ad alcuna domanda, sono gli elementi chiari e sotto gli occhi di tutti che hanno fatto storcere il naso ai sapienti commentatori. A me invece piacerebbe sapere che cosa si sono detti in quei dieci minuti passati insieme nella limousine di Trump. Credo che sarebbe interessante sapere se la conversazione c’è stata. Putin parla inglese anche se parla meglio il tedesco poiché di certo alla scuola del KGB le lingue hanno molta importanza. Sarebbe davvero molto interessante sapere se hanno o no approfondito qualcuno dei molti elementi che davanti alla platea dei media non hanno voluto o potuto esprimere.

L’ottimo Gaggi sul Corriere parla addirittura di una notevole approssimazione nella preparazione di un vertice frettoloso e dell’inesperienza del palazzinaro del Bronx, Steve Witkoff. Vorrei ricordare che questo palazzinaro ha trattato su molti fronti portando qualche pace in nome e per conto di Trump. Ha mediato la pace fra Armenia e Azerbaigian, ha sfilato la Siria alla Russia, ha mediato in Medioriente e ha riportato gli accordi di Abramo al centro della scena. Giuseppe Sarcina, sempre sul Corriere, propone qualche altro elemento di riflessione. Si è parlato addirittura di realizzare un vertice a tre, fra Trump, Putin e Zelensky. Non sono affatto convinto che fra una settimana si potrà realizzare questo vertice ma solo il parlarne, solo il proporlo mi pare un evento straordinario. E se davvero si potesse realizzare, questo sarebbe il risultato più importante, più significativo del vertice in Alaska.

Ancora, si dice e si mormora che l’accordo potrebbe consistere nell’affidare il Donbass definitivamente alla Russia mentre le città di Zaporizzja e di Kherson, ora controllate in parte dai russi, sarebbero riconsegnate all’Ucraina. Potrebbe essere considerato un giusto accordo? Assolutamente no. Ma in guerra raramente vi sono accordi giusti. Questo sarebbe totalmente ingiusto: gli ucraini hanno difeso la loro patria con il sangue. Ma allora che si fa? La guerra continua? Inoltre gli Usa si impegnerebbero secondo l’articolo cinque della NATO con altri Stati occidentali, cioè l’intervento di tutti i sottoscrittori in caso di aggressione di uno dei membri ma senza l’ingresso di Kiev nell’alleanza atlantica. Gli USA si impegnerebbero con una forza di interposizione realizzata dagli europei e dagli americani. Se questo fosse possibile sarebbe ancora un altro importante passo sul sentiero della pace. Anche Gianbattista Fazzolari, sottosegretario agli esteri, l’uomo ombra della premier Meloni, in un’intervista sempre sul Corriere dice che per la prima volta ci sono concrete garanzie per la sicurezza dell’Ucraina.

Un altro elemento non particolarmente sottolineato. È stato Putin ad andare sul suolo americano ad incontrare Trump e questo in politica ha una notevole importanza. La cosa è talmente evidente che alla fine dell’incontro è stato lo stesso Putin ad invitare Trump a Mosca nel prossimo futuro. Ora Putin si è recato da Trump per discutere della guerra in Ucraina e Trump doveva trattarlo come un disperato con il cappello in mano? Suvvia, cerchiamo di essere seri. Ancora, circa la presunta riconoscibilità internazionale che Trump gli avrebbe regalato. L’ottimo Rampini ricorda che la più parte del mondo non ha affatto isolato il leader russo. Cina, India, Turchia e i Paesi arabi e tutto il grande Sud del mondo non hanno mai partecipato alle sanzioni, fanno affari con la Russia e hanno sempre trattato Putin con tutti gli onori. Tutt’al più Trump ha riannodato il rapporto con la Russia che aveva in più occasioni umiliato se non ridicolizzato altri presidenti come, nell’ordine, George W. Bush, Barak Obama, Joe Biden e lo stesso Trump nel vertice di Helsinki del primo mandato.

Cari amici vicini e lontani, nel vertice dell’Alaska non c’è stato alcuno show di Trump che di solito amplifica qualsiasi opportunità per apparire; passi felpati e molta cautela. Dobbiamo essere seri e avveduti nel considerare tutti gli elementi in gioco. Il bilancio di Anchorage è dunque molto provvisorio e solo nel prossimo futuro potremo valutarlo nella sua luce più giusta. Trump probabilmente si è avvicinato a Putin nelle concessioni territoriali e all’Ucraina e all’Europa nei termini della sicurezza, tra l’altro senza escludere il coinvolgimento americano. Non mi pare poca cosa. Ora inevitabilmente la palla passa a Zelensky e all’Europa.

pellerin trump putin – MALPENSA24

 

 

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