Ci sono occasioni in cui il “mondo al contrario”, quello raccontato dal generale Vannacci, ha un suo perché. Occasioni di marca nostrana, per le quali il Belpaese a volte eccelle. Una di queste trova riscontro a Varese, dove il tribunale, un paio di settimane fa, ha espulso un nigeriano che si è fatto arrestare di sua sponte dalla Polfer, proprio con l’obiettivo dell’espulsione per tornare nel suo Paese. Senza soldi (quelli che ha guadagnato, prima lavorando e, successivamente, con l’ assegno di disoccupazione, li ha spediti tutti alla sua famiglia) non aveva modo di pagarsi il biglietto dell’aereo. Ha quindi avuto la singolare pensata di mettersi nei guai con la giustizia, inducendo gli agenti ad ammanettarlo dopo averlo pescato con un discreto quantitativo di “fumo” nello zaino.
Automatico il processo, altrettanto scontato il foglio di via dall’Italia. Ma il provvedimento, come racconta il suo avvocato, non può essere eseguito subito, benché un’associazione di volontari, letta sui media la vicenda del nigeriano, abbia provveduto a pagare le spese per il suo rimpatrio. Motivo? La questura non può riconsegnargli il passaporto. Non può per legge, siccome il viaggio di ritorno deve essere organizzato, e pagato, dalle istituzioni, dalla Stato, cioè da noi. Se così non accadesse verrebbe disattesa la norma con tutte le conseguenze giudiziarie del caso.
Situazione grottesca, a ben vedere. Uno di quei garbugli che cozzano con le esigenze gestionali dell’immigrazione e, nel caso specifico come in molti altri, della necessaria remigrazione per gli stranieri che infrangono il codice penale e, più in chiaro, delinquono. Ma le leggi non le fa la sciura Pina o il signor Giovanni giù al bar, ma la politica. Che da un lato bercia contro clandestini e malavitosi in genere, dall’altro finisce per proteggerli con norme contraddittorie o eccessivamente garantiste; garantite, è il caso di dirlo, anche dalla burocrazia giudiziaria. Prendiamo la malavita di piccolo cabotaggio, i balordi arrestati per reati minori, il furto di una biciletta o le ruberie sugli scaffali del supermercato: c’è l’arresto, il processo per direttissima e subito la scarcerazione. Risultato? Chi non ha nulla da perdere ritorna a rubare.
Ora, pensiamo agli stranieri che vengono espulsi. Prima di essere spediti a destinazione passa un mese, magari due, magari un anno. Le pratiche sono lunghe, farraginose, non risolvono il problema. Anzi, spesso lo complicano. Come per il nigeriano di Varese, che è ancora in giro con l’idea che da condannare è il sistema, non tanto o non solo lui o i suoi compari già espulsi dai tribunali ma trattenuti, sempre ospiti del Paese che non li vorrebbe più tra i piedi e intanto paga loro le spese per il soggiorno.
Varese, si fa arrestare per poter tornare in Nigeria: «Voglio essere espulso»
