Parigi-Roubaix, il solito Pogacar da battere. A meno che l’Inferno del Nord…

Mathieu Van Der Poel e Tadej Pogacar, i super favoriti alla Parigi-Roubaix

Rieccola la Parigi-Roubaix, la corsa di ciclismo più dura, infame, affascinante, spettacolare. La sfida più ancestrale, l’Inferno del Nord. Strade, oddio strade, mulattiere, tratturi in pavè. Trenta in totale i tratti per complessivi 54,8 km. Ma non del pavè che conosciamo noi, i sampietrini, bensì blocchi di porfido irregolari (pare siano sei milioni di pezzi in totale tutelati come oro dai ladri), sghembi, posati qua e là lungo una striscia di terra a dorso di mulo. Strade sdentate, che sembrano ti guardino con il loro ghigno spaventoso. I corridori sembrano pugili, ballano sulle pietre e sferrano colpi tremendi sui pedali. Volano, e la cosa sembra impossibile, a cinquanta all’ora con il cuore che sfiora i 200 battiti. L’alta tecnologia di bici costruite in materiale aerospaziale contro la durezza antica dei sassi. 

Mulattiere che portano un corridore alla gloria eterna di questo sport, per qualcuno invece saranno l’anticamera per l’ospedale. Per tutti uno sforzo immane, bestiale. La Foresta di Arenberg (Trouée d’Arenberg), il punto più iconico della corsa, potrebbe benissimo essere la strada che conduce a Bois du Cazier, la tragica miniera di Marcinelle. 

E a queste pietre mi verrebbe da rivolgere una preghiera: fate che la corsa non sia scontata, banale. Rendete la vita difficile a Tadej Pogacar. Lui vince come, quando e dove vuole ovvero sempre, tutte le corse, per distacco e con facilità. Quando c’è lui il risultato è scontato, ma così il ciclismo diventa noioso.  

Riavvolgiamo il nastro e torniamo al 13 aprile dello scorso anno. Quel giorno Pogacar debuttava alla Roubaix. Si diceva che la scelta, seppure molto coraggiosa e ambiziosa, fosse persino un azzardo per i pericoli insiti in quella che è la corsa più anacronistica al mondo. Si diceva anche che lo sloveno avrebbe pagato dazio contro i grandi specialisti del pavè che, a loro vantaggio, potevano contare su più chili di muscoli e su una maggiore tecnica ed esperienza. Di questo, e non me ne vergogno, ne ero convinto pure io. Invece Pogacar ha dimostrato che sono tutte balle. Certo, non ha vinto, è arrivato secondo a 1’18” da Van Der Poel (che ha centrato la tripletta consecutiva). Gli è stata fatale una caduta nel nono settore di pavé (Pont-Thibault a Ennevelin), all’uscita di una curva a destra mentre era in fuga con l’olandese, ma ha dimostrato che la sua ambizione di vittoria è più che giustificata. Tanto per capirci, Tadej preferirebbe la prima Roubaix all’ennesimo Tour. 

L’ultima maglia gialla del Tour a vincere nel velodromo più famoso al mondo è stato il dio del ciclismo, Eddy Merckx nel 1973. Eddy che in questi giorni è in ospedale per un’infezione a un’anca e dovrà essere operato per la settima volta. Greg LeMond, mica il due di coppe, ci provò nel 1991 e rimbalzò: 55°. Ora è lo sloveno, che sopra la maglia gialla ha messo quella iridata, a sognare il colpo epico.

Certo Van Der Poel punta al poker (come due fuoriclasse: Roger De Vlaeminck 1972-74-75-77 e Tom Boonen 2005-08-09-12), però sarebbe terribilmente bello che le carte si rimescolassero. Chissà, se per una mossa tattica o per situazioni contingenti di gara, che a giocarsi fino in fondo la vittoria ci siano anche altri campioni: Philipsen, Van Aert, Pedersen, Stuyven, Merlier, Pithie e perché no Milan che con quel fisico lì può fare molto bene. 

Anche Ganna ovviamente. La sua Ineos settimana scorsa gli ha imposto di saltare il Fiandre per puntare tutto su questa corsa. Pippo ha accettato, non poteva fare altrimenti. Vedremo se la scelta è stata vincente. 

Appuntamento quindi a domenica 12. Partenza da Compiègne, arrivo nel velodromo di Roubaix dopo 258,3 chilometri (alle 11 il via, tv RaiSport ed Eurosport).

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