Alfieri pronto a guidare il “partito dei sindaci”, l’ala riformista del PD

Alessandro Alfieri

ROMA – La politica non è una scienza esatta, ma in politica niente accade per caso. Come il positivo risultato del PD alle Europee, il partito che, insieme a Fratelli d’Italia, anzi forse più dei Fratelli meloniani, può vantare la crescita maggiore sia in termini percentuali, sia per numeri assoluti di voti.

La spinta dei sindaci

Una crescita che, tra l’altro, ha ridotto (anche se il solco resta molto ampio) la distanza dal Partito di Giorgia Meloni e ha riportato in auge il dibattito sugli equilibri e sul peso delle correnti interne. Che, a oggi, sono essenzialmente due. Nel senso che due sono le anime più rappresentative delle differenti sensibilità dem. Ovvero: quella maggioritaria che fa riferimento (più in generale) al segretario Elly Schlein e quella che, non per numeri ma per peso politico conta, rappresentata da Base Riformista attorno alla quale, in maniera più o meno ufficiale, gravitano molti sindaci e amministratori. E che, secondo uno scenario prospettato da Dagospia, potrebbe segnare un cambio di leadership a trazione varesina passando dall’ex ministro Lorenzo Guerini al senatore Alessandro Alfieri.

Alfieri in pole

Il partito dei sindaci, in ambienti Pd, è un po’ come le regole del “Fight club”, ovvero qualcosa di cui non si deve parlare poiché «non esiste» (dicono tutti), ma c’è. E appartengono a questa corrente Dario Nardella, Giorgio Gori, Stefano Bonaccini, Matteo Ricci e il sindaco di Bari, Antonio Decaro, il recordman di preferenze. Tutti e cinque sono tra i venti eletti del Pd al parlamento europeo grazie a un risultato che conferma la vitalità dell’ala riformista del Partito. Ma che, a quanto pare, sta ragionando su una nuova leadership post Guerini così da capitalizzare questa capacità di parlare anche oltre gli stretti confini di partito.

Ed è qui che entra in gioco Alessandro Alfieri. Tanto più che l’effetto Elly, quello che l’ha portata a conquistare la segreteria, negli ultimi tempi si è smorzato. La Schlein, infatti, ha un po’ silenziato la difesa a oltranza delle battaglie identitarie dimostrando maggior attenzione alle questioni sociali, che poi altro non sono che i problemi con i quali gli amministratori (sindaci e assessori) si trovano a dover affrontare in prima linea nella quotidiana conduzione dei Comuni che amministrano. E che, altro aspetto di non secondaria importanza, portano consenso anche nella società civile, oggi politicamente più fluida e per questo disposta all’ascolto e a concedere fiducia a esponenti meno fideistici e più realisti. Varese (sempre per stare a casa nostra), con Davide Galimberti sindaco, docet.

E, forse anche questo non è un caso, proprio oggi (20 giugno), Alessandro Alfieri con un post ha ricordato una vittoria storica per il PD e il centro sinistra: quella di Varese.

«Esattamente 8 anni fa vincemmo le elezioni a Varese – scrive il senatore – contro i pronostici della vigilia. Fu una campagna entusiasmante. Un successo che ci portò a governare tutti e 12 i capoluoghi lombardi. Per me, allora segretario regionale, fu un traguardo straordinario: senza eguali neanche nelle regioni “rosse”. Oggi guardando all’indietro non posso che ringraziare Davide Galimberti e tutta la squadra per il grande lavoro fatto in questi anni. Varese è cambiata in meglio ed è motivo di orgoglio per tutta la nostra comunità democratica»

Ipotesi tandem

Come non è un caso che per la guida dell’ala riformista ci sia in gioco anche Beppe Sala, sindaco (of course) di Milano e che per ora si è sempre tenuto ai bordi delle diatribe interne al partito. Alfieri – Sala potrebbe quindi essere il tandem giusto per bilanciare da un lato l’alleanza populista con i Cinque stelle, ma anche per rimodulare la narrazione del Paese e del partito stesso in un momento in cui i dem si trovano a dover contrastare più con gli argomenti che con i numeri due passaggi determinanti come premierato e autonomia differenziata.

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