Per il ciclismo soltanto parole. Dalla politica

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Politici ed ex campioni durante l'incontro alla Camera dei deputati

di Claudio Ghisalberti

Si parla di ciclismo persino alla Camera dei deputati, e questo male non fa. L’occasione è stata il convegno “Ciclismo, valori e territori – La Coppa Italia delle Regioni 2025”. A fare da padrone di casa Roberto Pella, presidente della Lega di ciclismo professionistico, onorevole di Forza Italia e vice presidente Anci (Associazione nazionale comuni italiani). Al centro dell’attenzione la presentazione appunto della Coppa Italia delle Regioni, challenge con 21 corse per gli uomini e 10 per le donne promossa e coordinata dalla Lega del Ciclismo Professionistico insieme alla Conferenza delle Regioni e delle Province autonome. 

Sostanzialmente niente di nuovo: è la seconda edizione di questo format. Si tratta più o meno della vecchia Coppa Italia che si è disputata dal 2007 al 2002 in varie forme e cambiando anche il nome in Ciclismo Cup. L’interesse del pubblico è sempre stato molto modesto, quello dei media ancora minore. Per alcuni anni garantiva alla squadra italiana vincitrice, di categoria Professional, la partecipazione al Giro d’Italia fatto che la rendeva molta appetibile ai team di Savio, Reverberi e Citracca. La cosa finì perché gli organizzatori di Rcs Sport, quelli del Giro che pure avevano firmato un accordo con la Lega, si sentivano le mani legate sugli inviti. Si trovavano una casella occupata senza che loro potessero trarne un beneficio. Anche la Gazzetta dello Sport di Coppa Italia ne parlava giusto quando non ne poteva fare a meno, con lo stesso fastidio di maneggiare un mazzo di ortiche. 

Dal mondo delle due ruote un poker di testimoni eccellenti: Moser, Saronni, Bugno e Nibali. Assente Cordiano Dagnoni, presidente Fci (di cui la Lega è un organismo). 

Il presidente della Camera Lorenzo Fontana li ha ringraziati per “quello che avete fatto e ancora fate per il ciclismo, uno sport che ho sempre nel cuore e che tanto mi ha dato in questi anni”. La domanda viene quindi spontanea: che cosa ha dato la politica al ciclismo italiano? Preso ha sempre preso tanto, forse a cominciare da quando nel 1948 Gino Bartali con le sue imprese e la sua vittoria al Tour de France riuscì a “pacificare” l’Italia sull’orlo della guerra civile dopo l’attentato a Palmiro Togliatti. 

Il Ministro degli Affari esteri Antonio Tajani ha parlato di “Manifestazione innovativa e virtuosa, una nuova opportunità per il nostro Paese. Il ciclismo ha un ruolo chiave per la nostra economia. Lo sport è un grande motore per la nostra crescita”. La domanda è più o meno la stessa di prima: l’economia italiana cosa fa per il ciclismo? Come mai i nostri big della finanza e dell’economia, che talvolta sono pure grandi appassionati e praticanti convinti, non mettono mani al portafoglio?

Pella dal canto suo, ha usato il vecchio slogan dello sport che “entra nelle case, che le attraversa, sfiorandole ogni giorno”. Già, peccato che in quegli “attraversamenti” e in quegli “sfioramenti” i ciclisti sono sempre più malvisti, mal sopportati, mal tollerati. Capitino troppi incidenti. Incidenti dove i ciclisti muoiono. E muoiono davvero. A volte facendo felici persino individui beceri, ignobili, ma anche personaggi pubblici e direttori di giornali. Non è possibile? Basta leggere i commenti sui social dopo i vari drammi. 

Nelle settimane scorse, soprattutto in prossimità delle elezioni federali di metà gennaio, in molti si erano espressi auspicando un maggiore interesse della politica, quindi degli aiuti, verso un ciclismo italiano moribondo se non già morto. Ma di certo non è una Coppa Italia che cambierà la sorte. La politica dovrebbe scendere in campo, sempre che non sia troppo tardi, per trovare aiuti economici e per incentivare la pratica nei ragazzi anche se il ciclismo sembra ormai uno sport anacronistico. Richiede rinunce, sforzi, dedizione, costanza, disciplina. Doti che vanno controcorrente se paragonati alla società attuale. Ma alla base di tutto resta la sicurezza. Non servono nuovi codici della strada, sono inutili altri metri e mezzo, inefficaci ulteriori limiti. Che poi tanto nessuno li fa osservare. Servono rispetto della vita, tolleranza, attenzione. Invece viviamo in una società cattiva, cinica, senza morale. E se magari un ciclista muore, non importa. Anzi, impara. Ma di questo dalla Camera dei deputati non arriva nessuna novità sostanziale. 

Il ministro per lo Sport e la Gioventù, Andrea Abodi, è riuscito persino a dire: “Quello che ci aspettiamo non è solo la valorizzazione del talento italiano, ma anche di un cambiamento culturale: andare in bicicletta fa bene. Dobbiamo ancora lavorare molto sulle infrastrutture, ciclodromi e velodromi. Tema sicurezza: ancora troppi morti, troppi dolori, troppe questioni irrisolte”. Quindi? Fino a qui chi va in bici ci è arrivato da solo. Ma voi cosa siete lì a fare? 

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