di Claudio Ghisalberti
Un altro record frantumato, altre prestazioni mostruose in salita. O forse aliene. Performance, come ieri sul Mont Ventoux, 16a tappa del Tour de France, così incredibili da diventare imbarazzanti. Così, io stesso mi pongo io una domanda a cui non so rispondere: che ciclismo stiamo vedendo? Non lo so o forse mi avvalgo della facoltà di non rispondere.
Spiegare cosa ci sia dietro a quel 54’30” con cui Tadej Pogacar e Jonas Vingegaard hanno scalato il gigante della Provenza è praticamente impossibile. Ognuno dice la sua. Per qualcuno sono i nuovi messia del ciclismo, per altri i nuovi demoni. Per me, un mistero.
Certo, ho ancora nelle orecchie cosa mi diceva un mio capo qualche anno fa dopo prestazioni mirabolanti di qualche corridore: “Eh ma bisogna vedere il vento. Bisogna vedere la temperatura. E l’asfalto”. Vento che stavolta era laterale, bastava osservare le bandiere. Poi, sempre più pressante: “Ma sei sicuro di avere preso il tempo giusto? Siamo sicuri che il dislivello sia corretto? Poi nel ciclismo tranne che per l’arrivo non ci sono tempi ufficiali, quindi meglio lasciar perdere”. No, non era garantismo.
Qualcuno, esperto, sostiene che i nuovi record siano figli dei miglioramenti tecnologici: cuscinetti ceramici, ruote aero, gomme al chissà come. Nel giorni scorsi in un articolo su un importante quotidiano nazionale, veniva spiegato il funzionamento del motore di Pogacar. In sintesi, secondo gli esperti interpellati, lo straordinario rendimento dello sloveno sarebbe legato alla sua capacità di assunzione di 130 grammi/ora di carboidrati. Ovviamente, piccolo spazio pubblicità, come canta Vasco Rossi, veniva citato anche il nome del gel, prodotto da un’azienda sponsor. Del team e del giornale.
Sì, i miglioramenti nell’alimentazione, nei materiali, nella scienza dell’allenamento è indubbio che ci siano stati. Però molti record vengono stabiliti migliorando tempi di ciclisti finiti nella rete del doping per Epo, Cera, Gh, Igf-1, testosterone… Le nuove conoscenze incidono sulle prestazioni più dei vecchi trucchi?
Ma torniamo ai numeri odierni, così tanto per provare a capire qualcosa in più. La velocità oraria dei due sul Ventoux è stata di 23,67; la Vam di 1785; circa 6,7-6,8 watt/kg la potenza. La fisiologia, su salite di questa durata, riconosce a pochi fuoriclasse un valore limite di 6,2-6,3.
Fatto sta che i due assi del Tour hanno impiegato 1’20” meno di Iban Mayo. Lo spagnolo stabilì il record al Delfinato 2004. Ma non in una tappa in linea, bensì in una cronoscalata dove i tempi sono sempre migliori. Alla Boucle il miglior tempo era di Marco Pantani: 57’34” nel 1994. Ovvero 184 secondi in più di oggi. Un’eternità. Froome nel 2013 impiegò 58’47”. Ma attenzione a cosa successe nel 2021: 59’15” il tempo di Jonas Vingegaard. Certo l’arrivo di tappa non era in cima, ma a Malucene al termine della discesa. Fatto sta che il suo tempo fu di 4’45” superiore al tempo segnato oggi. E Pogacar? Salì addirittura in 59’53”.
Il record di ieri, più o meno, è come se i 100 metri di atletica leggera, dove l’attuale primato del mondo è di 9″58 fatto segnare da Usain Bolt, venissero corsi i 8″58. Eh ma la pista. Eh ma le scarpe…
Eppure guardando e ascoltando la diretta Rai è tutto “fe-no-me-na-le”.
