PONTIDA – Il cielo è grigio su Pontida. La temperatura è rigida, nonostante la Primavera sia già arrivata (almeno) sul calendario. Il clima, insomma, è quello giusto per accompagnare l’ultimo saluto al Capo. La Lega di Umberto Bossi piange la scomparsa del padre del Movimento. E lo difende da chi è accusato di aver «tradito» quel sogno di libertà che ha il colore della Padania. È Matteo Salvini, il leader della nuova Lega, che oggi – 22 marzo – è stato contestato al suo arrivo all’abbazia di San Giacomo per i funerali del Senatur. Senza pietà il popolo di Bossi: «Vergognati, togliti quella camicia». Il Matteo indossa il colore verde, smeraldo. E la gente non glielo perdona.
Contestato Salvini
Ci sono le istituzioni, le più alte cariche dello Stato, tra cui il primo ministro Giorgia Meloni. Poi ci sono i volti della Lega. Luca Zaia, presidente del Veneto, accolto con l’applauso del popolo. Massimiliano Fedriga, presidente del Friuli Venezia Giulia, accolto con l’applauso del popolo. E Matteo Salvini, a cui invece non è bastato fare un giro a filo delle transenne per stringere qualche mano. No, gli sono toccati i fischi: «Vergognati, traditore».
La Lega del Bossi pensiero
La piazza è blindata, chi prima arriva meglio alloggia. Per questo chi è rimasto fuori ascolta la cerimonia funebre dagli altoparlanti e segue dal maxi-schermo. Gli altri invece creano atmosfera, mentre il vento del Nord soffia sulle bandiere che hanno fatto la storia del Movimento. C’è il Sole delle Alpi, di quel verde brillante che si staglia sullo sfondo bianco. Ma ci sono anche i leoni alati di San Marco, adottati dalla Lega Nord – e in particolare dalla Liga Veneta – come emblema dell’identità regionale e dell’Autonomia. E poi gli eredi del Bossi pensiero, che sventolano i vessilli del Patto per il Nord e del Partito Popolare del Nord.
La voce di Pontida
Il popolo ha una voce sola, rigorosamente in dialetto lumbàrd. Ed è irruenta e cruda: «Morto il capo, morta la Lega». Non c’è nulla da fare. «Sono qui per salutare il mio grande amico Umberto Bossi, colui che ha creato la Lega. Che ci ha dato un sogno». E ancora: «Sa vedum, Umberto. Ma il più tardi possibile». Sorridono. Perché i leghisti, questi leghisti, sono così: d’istinto. E anche se oggi è «un giorno molto triste perché è morto il simbolo di chi voleva cambiare il Paese», riescono comunque a farlo, un sorriso.
C’è anche è rimasto sempre fedele alle origini, all’idea che ha dato inizio a tutto. Così Paolo Grimoldi, coordinatore del Patto per il Nord: «Un sincero democratico, lontano anni luce dall’ideologia comunista ma anche fascista, un Vannacci non lo avrebbe mai tollerato». Poi parla della Lega «vera», da ricostruire, rispetto a quella di oggi che «un partito centralista con nervature di estrema destra». Monica Rizzi (Patto per il Nord) ha ricordato «l’immensa eredità morale» che lascia Bossi. «Noi non lo deluderemo mai». L’ex ministro Roberto Castelli: «Abbiamo voluto rendere l’ultimo saluto al nostro maestro, il nostro capo. E, nel mio caso, anche un grande amico». Per l’ex ministro Giancarlo Pagliarini è stato più difficile. Più di quanto pensasse. Si è concesso ai microfoni della stampa: «Sono commosso», il massimo che è riuscito a dire. Poi se n’è andato, congedandosi con un «non ce la faccio». E la voce rotta prima dell’ultimo saluto. L’ultimo saluto, quanto basta per far spuntare anche un raggio di sole al grido di «Bossi, Bossi, Bossi. Libertà». Il re è morto. Lunga vita al re.
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