BUSTO ARSIZIO – A volte basta una sera per capire che una storia può ricominciare. E’ bastato entrare allo stadio “Speroni”, fare due passi in mezzo a gente finalmente festante e alzare gli occhi verso la tribuna, scorgendo un vessillo che riassume perfettamente cosa significa tifare Pro Patria: “Disperato bisogno d’amore”.
Un vessillo, certo. Ma forse qualcosa di più: il manifesto di una Pro Patria che ha voglia di tornare a essere amata e, soprattutto, di tornare a far innamorare la propria gente.
Numeri e segnali
Perché quelle mille, o quasi, persone accorse allo stadio in una domenica sera dopo Ferragosto non sono soltanto un numero. Sono un segnale. Sono la risposta di una città che, evidentemente, aveva e ha ancora voglia di Pro Patria.
Ed è bastato davvero varcare i cancelli del “Carlo Speroni” per accorgersi del cambiamento, di una nuova dimensione: food truck, i seggiolini rimessi a posto e soprattutto i tifosi, tanti dei quali tornati in via Ca’ Bianca dopo mesi di lontananza, pronti a riappropriarsi di un luogo che, per troppo tempo, era sembrato quasi estraneo.
E ancora le voci, le strette di mano, gli incontri, la voglia di ritrovarsi: la sensazione di uno “Speroni” tornato finalmente a essere casa, la casa della Pro Patria.
L’onore di una bandiera…
Una nuova dimensione, appunto. Fatta di cose semplici e di dettagli: i famosi dettagli che fanno la differenza. Come il pullman, con cui i tigrotti della presidentessa Rosanna Zema si erano presentati a Samarate per le prime due amichevoli stagionali: quel pullman dice di una società organizzata che vuole restituire alla Pro Patria una dimensione all’altezza della sua gloriosa storia.
E poi c’è stato il campo: prima del fischio d’inizio, dopo le formalità di rito a centrocampo, Benedetti e compagni si sono diretti subito sotto la curva per salutare i tifosi. Un gesto che racchiude un grandissimo significato: di rispetto, di condivisione, di senso di appartenenza. Come a dire “noi in campo, voi sugli spalti: tutti insieme onoriamo la Pro, la sua maglia e la sua storia”.

…e lo spirito tigrotto
Poi è cominciata la partita. E la Pro Patria ha iniziato all’attacco. Ha spinto, ha rischiato, si è anche sbilanciata. Ma ha dato subito l’impressione di giocare per vincere, senza paura, con quella maglia biancoblù cucita addosso e con la voglia di battagliare su ogni pallone, proprio come i veri tigrotti. Un concetto che emergerà con chiarezza anche dalle parole di mister Mauro Zironelli, nel post partita, nella rinnovata sala stampa biancoblù:
“La chiave è dare tutto. Con me gli attaccanti devono capire due cose: che giocheranno sempre e che non si devono gestire. Devono sempre dare tutto e andare a cento allora, per poi dare il cambio all’altro. Questo deve essere il nostro spirito”.
Segnali, dettagli e modi
Ma i segnali non sono soltanto quelli che arrivano dal campo, dalla sala stampa o dal mercato (dove Ferrara-Giovanditti-Sabatini stanno costruendo una squadra pazzesca: in attesa del centrocampista argentino Bianchini, l’entourage della Varesina nel post partita ha “sdonagato” il nome del portiere Maddalon, mentre in attacco al sogno Comi si fa strada la possibile alternativa – e che alternativa… – Maistrello). I segnali sono anche quelli che si vedono intorno alla squadra.
Nel modo in cui uno speaker (seppur d’eccezione come Emanuele Gambertoglio) può trascinare uno stadio usando un “siamo avanti noi”.
Nel modo in cui si sistema un settore dello stadio.
Nel modo in cui si rinnova una sala stampa (chapeau!).
Nel modo in cui si offre una diretta youtube (oltre 500 utenti connesse) a chi non può esserci.
Nel modo in cui si pensa all’esperienza di chi viene allo stadio (“effetto Speroni” citato da mister Angellotti).
Nel modo in cui l’undici di partenza, prima ancora di iniziare a giocare, va sotto la curva.
E nel modo in cui tutta la squadra, a fine gara, va a ringraziare il pubblico: curva, distinti e tribuna.
Possono sembrare piccole cose. Ma il calcio, spesso, ricomincia proprio da lì. Dai segnali, dettagli, dai gesti, dai modi. Dalla sensazione che qualcuno abbia finalmente ricominciato a prendersi cura di una cosa che per molti non è mai stata soltanto una squadra di calcio.

L’amore si conquista
La nuova Pro Patria targata Luca Bassi-Estrella (senza dimenticare un certo Simonini, un “imprenditore d’ordine”, un uomo d’entusiasmo attento ai dettagli e all’immagine: stay tuned…) sembra essere entrata in una dimensione diversa.
Una dimensione nella quale il risultato conta quanto conta tutto ciò che gli sta intorno: l’atmosfera, il senso di appartenenza, la voglia di esserci.
E allora quel vessillo appeso con fierezza in tribuna assume un significato ancora più forte: Disperato bisogno d’amore. Forse è esattamente quello di cui aveva bisogno la Pro Patria.
Perché l’amore, nel calcio, non si pretende: si conquista.
E questa Pro Patria ha cominciato a farlo nel modo migliore: scendendo in campo, guardando la propria gente negli occhi e tornando a combattere per quella gloriosa maglia biancoblù che fa battere ancora i cuori.
Pro Patria-Varesina: 1-0. Forchignone gol d’autore, tigrotti avanti in Coppa Italia
