Nei giorni scorsi a Roma si sono riuniti i rappresentanti delle Province italiane. Una riunione, l’ennesima della serie, per riproporre al Governo l’urgenza di una riforma che rimetta in asse gli enti intermedi dopo la sciagurata legge Delrio che ha depotenziato ruolo e funzioni delle stesse province. E, soprattutto, che ha privato i cittadini del diritto di voto per eleggere i propri rappresentanti in questi storici presìdi istituzionali. Presidente e consiglieri vengono scelti con elezioni di secondo grado, cioè vi partecipano soltanto i sindaci e gli eletti nelle assemblee civiche. Per dirla in un altro modo, un pasticcio all’italiana. Che prima o poi dovrà essere corretto anche se, nell’attuale contesto economico politico e sociale, le priorità sono altre.
Province, ma anche riordino dei Comuni, un altro problema sul tavolo da sempre, mai affrontato con convinzione, forse perché a qualcuno, laggiù nei Palazzi del potere, sta bene così in funzione della moltiplicazione delle poltrone. Riordino che passa attraverso accorpamenti e fusioni destinati a recuperare risorse, a cominciare dai centri più piccoli. Vi sono paesi di poche centinaia di abitanti con le giunte boccheggianti per le difficoltà economiche e operative. Impossibilitati ad amministrare con agilità rispetto alle necessità incombenti della popolazione, delle manutenzioni e degli interventi basiliari come l’asfaltatura delle strade o la gestione degli stabili pubblici, fino, manco a dirlo, all’erogazione dei servizi.
Scontato che, mai come in questi casi, l’unione fa (farebbe) la forza. Ne ha di recente parlato in un editoriale su Malpensa24 Matteo Luigi Bianchi, già parlamentare della Lega che si occupa di queste questioni. Per l’esponente politico il futuro della Lombardia passa dalle aggregazioni comunali, cioè da una governance del territorio che abbia finalmente una visione oltre le miopie campanilistiche. Un nuovo atteggamento che richiede anche uno scatto culturale, che per ora non c’è. Sintetizza Bianchi: “ Non si tratta di una questione ideologica, ma di sostenibilità concreta dei servizi, delle competenze e delle risorse”. Un discorso apertissimo, cominciato, se proprio vogliamo dirla tutta, un secolo fa, quando la Buonanima istituì la Provincia di Varese, accorpando alcune castellanze delle principali città del territorio, allora con dignità municipale, ai nuclei principali del capoluogo, di Busto Arsizio, di Saronno e di Gallarate.
Da allora simili esperienze sono risultate rare. Se escludiamo alcune soluzioni degli ultimi anni, a Maccagno con Pino e Veddasca e a Bardello con Bregano e Malgesso, non è accaduto molto su questo versante. Tranne proposte “pesanti” rimaste sulla carta, come l’ipotesi di aggregare Busto e Gallarate per formare una sola grande città. Che di fatto già esiste per la mancata soluzione di continuità urbanistica, come in altre in ampie zone del Basso Varesotto. L’area più densamente popolata, che sconta (vive) una realtà socio/economica/produttiva, della mobilità e infrastrutturale dinamica, in continuo sviluppo a confronto con il Nord del Varesotto, caratterizzato da modelli territoriali diversi. Il quadro che ne scaturisce è di una provincia policentrica.
L’obiettivo finale per quanto riguarda la riqualificazione delle Province e le aggregazioni delle municipalità è il recupero di risorse, per arginare sprechi, doppioni e sciatterie amministrative del sistema. Tutti sappiamo quanto ce ne sia bisogno in una prospettiva di risparmio e razionalizzazione economica. Sono ragionamenti che la politica ha di fatto marginalizzato, se non, addirittura, cancellato dalle agende. Se non per riprenderli sporadicamente, in termini accademici, ma con la consapevolezza che, attesa la loro importanza, rimarranno in un cassetto chissà per quanto tempo ancora.
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