di Paolo Costa
Cinque anni fa un prestigioso riconoscimento internazionale suggellava il primato in tecnologia e innovazione, oggi nubi spessissime impediscono di vedere il futuro. Per la Ilma Plastica di Oltrona di Gavirate, al servizio di importanti case automobilistiche, il passaggio dalle stelle alle stalle è stato troppo brusco, tanto da coinvolgere senza eccezioni tutti i 130 lavoratori rimasti (erano oltre duecento pochi anni fa).
Sì, segnali ce n’erano stati, la contrazione delle commesse non è una novità dell’ultima ora. Ma volevamo mettere in dubbio le “magnifiche sorti e progressive” di chi lavorava per l’automotive tedesca? C’era qualcuno che immaginava la crisi di Wolkswagen e che la prima economia europea perdesse appeal? Eppure in questi giorni le notizie che giungono dalla Germania sono sempre più allarmanti per moltissimi lavoratori tedeschi e per chi in altri stati si affianca a loro nei processi produttivi. Si parla di chiusura di fabbriche VW, di 15 mila licenziamenti, di annullamenti di accordi sindacali: misure obbligate e non un argine a fronte del crollo dei mercati europeo e cinese.

Sorta nel ’38 su intuizione di Antonio Caraffini, che pensò di passare dalla creazione di pipe alla plastica, la Ilma con la sua vicenda ci conferma che il mondo ultimamente cambia in fretta, che non ci sono più certezze per chi produce. Ci stiamo insomma americanizzando: cessano attività che sembravano destinate all’eternità e ne sorgono di nuove, molto diverse però dalle vecchie. E purtroppo diventa normalità un certo senso di precarietà, un sentiment che per cultura non siamo preparati ad accettare (non è così in America).
Intanto i casi si stanno moltiplicando. Rimanendo in zona, e limitandoci alla stretta attualità, un’altra situazione molto problematica è quella della Beko ex Whirlpool. Quando ero ragazzo nessuno pensava che gli stabilimenti di Biandronno avrebbero potuto non avere un futuro. Oggi Beko Europe chiude fabbriche in Gran Bretagna e in Polonia e desta preoccupazioni fondate nei 2200 lavoratori italiani (oltre a quelli dell’indotto). A generare questi timori è la produzione a singhiozzo di Cassinetta che sembra non riuscire a raggiungere l’obiettivo annuale di 800 mila frigoriferi, quota che garantirebbe conti in pareggio al sito.
Medie e grandi imprese scricchiolano ma non c’è altra via: le soluzioni consistono nella capacità di innovazione e nell’apertura a nuovi mercati. Lo dimostra chi riesce a stare sulla cresta dell’onda. La globalizzazione affossa, ma nello stesso tempo può rappresentare un’opportunità.
