Tra poco più di un mese, il 22 e 23 marzo, si vota per il referendum costituzionale sulla riforma della Giustizia. Appuntamento che riguarda, come noto, la separazione delle carriere dei magistrati, tra giudicanti e requirenti, e la ridefinizione del Consiglio superiore della magistratura, che si sdoppia e verrà scelto tramite sorteggio. Un cambiamento che non incide sulla disciplina dei processi civili e penali che, per quanto si può capire, non avranno immediati miglioramenti di efficienza, né per quanto riguarda le procedure né per le lungaggini dei procedimenti.
L’appuntamento referendario è motivo di estreme divisioni tra i partiti, che, al di là dei contenuti tecnici della riforma, assegnano ad esso significati politici, pro o contro il governo e la maggioranza di centrodestra che ha varato la legge costituzionale, ora da confermare con il voto popolare. Un confronto tra tifoserie, che esula dal merito della questione e provoca il braccio di ferro per il “sì” o per il “no” sulla scheda che verrà consegnata ai seggi. In altri termini, tra deligittimazioni degli avversari e manipolazioni di fatti e opinioni, la stragrande maggioranza dei cittadini rischia di non capire più niente e, per chi andrà alle urne, di scegliere sulla base di simpatie e appartenenze, piuttosto che sul reale motivo della consultazione.
Stiamo assistendo, e non da oggi, a un affastellarsi di prese di posizione e di dichiarazioni spesso oggetto di strumentalizzazioni appunto politiche. Il continuo scambio di accuse e lo straparlare non fanno altro che certificare una situazione ingarbugliata e di tensione estrema, che vede schierate le “curve” delle contrapposte squadre ed è causa di grande confusione. Una lite senza soluzione di continuità, da qui fino ai giorni del voto, alla quale partecipano tutti senza esclusione di colpi, e di insulti. Così un referendum che dovrebbe avere riscontri essenzialmente tecnici trova sbocchi in una indiretta e attesa verifica politica. Un po’ come accadde con Matteo Renzi e il “suo” referendum costituzionale del 2016: si votava per una serie di riforme, si finì per decidere il futuro politico dell’allora presidente del Consiglio. Probabilità remota in questo caso per Giorgia Meloni, che ha anticipato da tempo la decisione di rimanere al proprio posto anche se dovessero vincere i “no”: non si dimetterà, ma nemmeno lei può escludere conseguenze nei rapporti tra alleati di governo se non, addirittura, il ricorso ad elezioni anticipate.
Ipotesi o, se si preferisce, suggestioni che nascono proprio dal modello di campagna referendaria che abbiamo davanti, destinata a crescere di intensità con l’avvicinarsi delle urne. A maggior ragione per i sondaggi che danno i “no” in rimonta rispetto ai “si”, accreditati all’inizio di un facile successo anche in virtù dei tanti sostenitori della separazione delle carriere all’interno dei partiti dell’opposizione.
Molto dipenderà dal numero dei votanti: lo affermano gli analisti che stanno monitorando giorno per giorno gli orientamenti degli italiani. Molto altro sarà deciso dalla capacità di convincimento della politica che non si risparmia nel tentativo di far passare le proprie tesi, pro o contro. Il referendum costituzionale non avrà bisogno del quorum del 50 per cento più uno degli aventi diritto: è sufficiente un voto in più, indipendentemente dalla percentuale di partecipanti, per determinare chi vince. La qualcosa è un altro motivo che tiene sulla corda governo e segreterie di centrodestra e di centrosinistra, ed è una ulteriore ragione di scontro. Con al centro un elettorato ora disorientato, fino all’indifferenza.
