Due Italie. Sono quelle che ci lascia la geografia dei risultati del referendum costituzionale sulla separazione delle carriere. Il No prevale abbastanza nettamente nel dato nazionale (53,2%), ma in tre regioni – Lombardia, Veneto e Friuli-Venezia Giulia – i Sì sopravanzano di gran lunga i No. E se la mappa viene spostata sulle province, i Sì sono maggioritari in tutta la fascia dell’Italia settentrionale, fatta eccezione solo per Trentino-Alto Adige, Valle d’Aosta e le città metropolitane di Milano e Torino. Una distribuzione territoriale che ricorda molto da vicino quella del 2006, quando il referendum costituzionale sulla “Devolution” voluta dalla Lega di Bossi fu sonoramente bocciato dal voto popolare (No al 61%). Ma anche quella volta Lombardia e Veneto si espressero in controtendenza, con il Friuli-Venezia Giulia già allora in scia (i Sì al 49,9%).
Come spiegare oggi questo fenomeno? C’è chi parla di una “Italia che produce” – il Sì prevale anche nel Lazio (tranne che nella città metropolitana di Roma) – che si sarebbe schierata per una separazione delle carriere che è in vigore in tutti i maggiori Paesi europei, ma le grandi e medie città che “fanno PIL”, anche al Nord, sono in gran parte per il No, come anche l’Emilia Romagna. E c’è poi chi fa notare come le tre regioni del Sì siano proprio le uniche guidate da un governatore della Lega, insieme alla Provincia autonoma di Trento dove, anche lì, il Sì arriva ad un passo dal 50%. E questo nonostante fossero gli alleati di Forza Italia e Fratelli d’Italia i principali promotori della riforma della separazione delle carriere.
“Forse avevamo ragione noi” sibila a caldo un leghista della prima ora come Francesco Speroni, già ministro delle riforme istituzionali. Quella mappa colorata di verde, tanto più a pochi giorni dalla scomparsa del “vecchio Capo” Umberto Bossi, ha il sapore di un monito per la Lega. Perché quel blocco del Nord che si era messa in testa di rappresentare è ancora lì, ben visibile, ma la Lega l’ha perso di vista, tra cerchi magici e ponti sullo Stretto. Soprattutto in Lombardia, dove ormai è Fratelli d’Italia il primo partito per distacco e mira alla poltrona di Attilio Fontana, mentre in Veneto le recenti elezioni regionali (e le suppletive della Camera vinte in scioltezza) hanno ribadito il radicamento del Carroccio. Eppure quella mappa mostra plasticamente che la questione settentrionale è ancora un tema reale, e potrebbe rappresentare una sfida per chi – Giorgetti o Zaia? – abbia intenzione di riprenderla in mano seriamente per farne di nuovo una bandiera. Anche perché dopo la clamorosa disfatta del referendum la stella di Giorgia Meloni rischia di avviarsi verso la parabola discendente. Intestarsi un referendum e perderlo, come fece Matteo Renzi (ma anche Cameron nel Regno Unito), è esiziale, ma intestarselo solo un po’, come ha fatto la premier, e stare a guardare mentre l’unica grande riforma del suo mandato va in fumo (lasciando che ad andare in giro a sostenerla siano tecnici come Nordio, o figure non più credibili come Delmastro), è indice di scarsa leadership, il che forse è ancora peggio per chi vuole apparire come una statista. E quindi la pallina sul piano inclinato, innescata dall’esito della consultazione referendaria, forse inizierà a correre e a sparigliare le carte in vista delle elezioni politiche del 2027. È il momento di azzardare, come sapevano fare Bossi e Berlusconi: chi farà la mossa giusta?
Referendum, Speroni: «Italia spaccata come vent’anni fa. Aveva ragione Bossi»
